7 ottobre 2002
Mercoledì l’audizione del ministro dell’Economia alle commissioni Bilancio
di Camera e Senato
Venerdì toccherà a Fazio
Dopo gli strali di D’Amato e le critiche di enti locali e commercianti si apre
la corsa alle modifiche
Ma i margini sono molto ristretti
Finanziaria, la tempesta si sposta in Parlamento
Il governo vara la strategia dei «tavoli» di confronto per arginare l’assalto degli emendamenti
ROMA Dopo la tempesta che si è abbattuta
sulla Finanziaria appena emanata
dal Consiglio dei ministri, il governo
non fa che ripetere: si può modificare.
Certo, il lungo iter parlamentare
che attende la legge di bilancio
(dovrà essere varata entro il 31 dicembre)
serve proprio a mettere a punto i
capitoli di spesa pubblica per l’anno
prossimo. Ma i margini d’azione saranno
inevitabilmente ristretti, se
davvero si vuole mantenere quell’1,5%
di deficit sul pil indicato da
Giulio Tremonti.
Il rapporto tra le due grandezze non può variare
(l’ha ricordato anche il ministro Antonio Marzano).
Dunque, o si limitano le spese, o si fa correre
di più la crescita.
Ma già quel 2,3% di Pil indicato nel testo
sembra faticoso da centrare: dunque i cordoni
della borsa non potranno allargarsi di molto.
Insomma, il periodo è quello che
si dice “di vacche magre”, e la Finanziaria
non potrà certo accontentare
tutti gli scontenti. Che sono molti.
Meglio, tutti meno che Tremonti - mercoledì
è prevista la sua audizione
alle commissioni bilancio di Camera
e Senato - e Bossi. Finora a gridare di
più sono stati gli imprenditori del
Sud, i presidenti delle Regioni (di tutte
le latitudini e tutti i colori politici),
i commercianti. Alzando la voce hanno
ottenuto l’apertura di “tavoli” di
trattativa. Così Palazzo Chigi si prepara
ad una lunga ed estenuante manovra
distensiva verso quelli che hanno
già dato fuoco alle polveri. Una mossa
che ha tutta l’aria di essere preventiva,
per tentare di bloccare i probabili
raid parlamentari. Il rischio è essere
travolti da emendamenti che faranno
saltare i conti. Scontato che anche
l’Ulivo chiederà modifiche (sicuramente
per l’imprenditoria del Mezzogiorno).
Forse proprio per questo il
ministro dell’Economia avrebbe tenuto
una lunga riunione con i gruppi
parlamentari del Polo, in cui avrebbe
chiesto di blindare la Finanziaria. Ma
a vedere le “fucilate” che sono già
partite (l’ultima quella del presidente
di Confindustria Antonio D’Amato)
nessuna blindatura sembra possibile.
Meglio tentare di cedere qualcosa.
Ma cosa? Prima di tutto, se la
borsa si vuole aprire, occorrerà aumentare
le entrate. Non basta il concordato
fiscale così congegnato (che
non renderebbe mai quegli otto miliardi
ipotizzati sulla carta): ormai
quasi tutti si aspettano un condono
quanto più “tombale” possibile. Ma
anche quello rischia di non bastare.
Per questo si avvicina l’ipotesi di un
condono edilizio. Sulla sanatoria per
gli scempi urbanistici, però, pende il
“niet” della Lega (che al momento
appare come la forza più influente
della compagine di governo, almeno
fino a quando in Via XX Settembre
c’è Tremonti). Così si dovrà restringere
il campo a pochi casi, cosa a cui i
centristi della maggioranza pare starebbero
già pensando.
Passando alle uscite, il capitolo
più spinoso è senza dubbio quello del
Mezzogiorno. Gli imprenditori, che
hanno fatto bene i conti, chiedono di
ripristinare i vecchi incentivi nelle
vecchie forme (in sostanza la legislazione
dell’Ulivo), mettendo sotto accusa
sia la Finanziaria che il precedente
decreto fiscale, in cui è stata cancellata
la Dit e bloccato il bonus fiscale
per l’occupazione. La Finanziaria
non ha rifinanziato il bonus per l’occupazione,
che finisce nel gran calderone
del fondo per il sud. Scompare
l’automatismo e tutto viene affidato
al “filtro” della politica. Si concentra
su questo punto il dissenso più forte
degli imprenditori, che vedono messa
a rischio la possibilità di programmare
gli investimenti. Per di più tutti
gli incentivi a fondo perduto sono
questo punto (che piace molto a Bossi)
possa essere modificato. Le lobby
industriali faranno di tutto per far
rifinanziare la 488, una legge ritenuta
positiva ed efficace da gran parte degli
imprenditori meridionali. Stesso
dicasi per il credito di imposta sugli
investimenti. Niente da fare per la
Dit e per la Tremonti-bis, che scompare
dalla Finanziaria. È pur vero che
il governo aveva promesso un cumulo
tra i due strumenti, ma l’intervento
sarebbe molto costoso e non si
esclude un rinvio in attesa della ripresa.
Passando alle Regioni, avrebbero
già ottenuto di “cancellare” il taglio del 2%
dei trasferimenti previsto nella legge.
È difficile che ottengano di più:
restano congelate le addizionali fiscali, oltre
al blocco delle piante organiche. Resta
aperto il capitolo consumi, che il
governo ha affermato di voler affrontare
in un collegato. Voci più disparate
hanno parlato di rottamazioni di
elettrodomestici. Ma la reticenza del
ministro Tremonti lascia presagire
che ci sia poco da aspettarsi. Al contrario
sembra quasi sicuro il rifinanziamento
degli sgravi al 36% sulle ristrutturazioni
edilizie.