sabato 4 Ottobre 2003
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LE PRIME NOVITA’ IN VIGORE DAL PROSSIMO GENNAIO MENTRE FRA 5 ANNI SI CAMBIA REGIME Ecco chi guadagna e chi perde con la riforma |
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Federico Monga Sarà la generazione dei quarantenni che si dovrà fare carico della nuova riforma. Dovrà accettare di lavorare di più per riequilibrare i conti dell’Inps. I più giovani che sono entrati nel mondo del lavoro a partire dal 1996 sono salvi solo perché hanno già cominciato a pagare. Per ventenni e i trentenni, come dice la legge Dini, il sistema retributivo è già una bella favola raccontata da padri e fratelli maggiori: dovranno fare affidamento solo sui contributi versati e aspettare di aver raggiunto i nuovi, più lunghi, limiti di età. E per di più, ad oggi, non potranno nemmeno cumulare l’assegno previdenziale con qualche lavoretto extra. Il Cerp, istituto specializzato nello studio delle politiche previdenziali, ha fatto alcune simulazioni per valutare l’impatto sulla vita lavorativa e soprattutto sul portafoglio. Non bisogna dimenticare che il sistema dei disincentivi, a partire dal 2008, lascia libertà di scelta: si può smettere di lavorare sempre a 57 anni e con 35 di contributi. Basterà accontentarsi di guadagnare meno. Quanto? vediamo qualche esempio. Iniziamo da chi ad oggi si sta facendo la pensione ancora con il sistema retributivo secco. Un operaio, 47 anni, in fabbrica dal 1974 e con una retribuzione, calcolata su quando avrà 57 anni, di 19500 euro, si trova di fronte due strade. Può scegliere di andare in pensione nel 2013, come da normativa in vigore, e prendere un vitalizio di 13.100 euro all’anno. Se lavorerà un anno in più, fino al 2014, le casse dello Stato verseranno 17.600 euro. Insomma basterà un piccolo sforzo per riallineare le aspettative e far quadrare il bilancio di casa. Ben più salato sarà il conto per un impiegato, di 51 anni, nonostante abbia iniziato a lavorare nel 1974 come l’operaio del caso precedente. Fino ad oggi avrebbe il diritto a ritirarsi nel 2009. Prendendo come riferimento uno stipendio da 39.300 euro, se non vuole vedere i suoi introiti decurtati a 21.800, dovrà continuare a lavorare per altri cinque anni, fino al 2014. Allora riceverà 35.000 euro. In questo caso il disincentivo praticamente dimezza la retribuzione da lavoratore. E’ il caso peggiore. Passiamo ora a chi parte da un sistema pensionistico «pro rata», in parte retributivo, fino al 1992, e in parte contributivo,dal 1993 in poi. Prendiamo un operaio di 38 anni che quando ne avrà 57 porterà a casa una paga di 20.700 euro ogni dodici mesi. Se ha iniziato a lavorare trent’anni fa, può, per dirla con il linguaggio dei burocrati, andare in quiescenza nel 2022, incassando solo 11.200 euro. Se invece deciderà di rimanere fino al 2023 i suoi introiti avranno un balzo di quasi un quarto: 15.300 euro. E’ questo il rapporto disincentivi-allungamento della vita lavorativa più conveniente se la riforma Tremonti entrerà in vigore così come è uscita ieri dal consiglio dei ministri, ultimo capitolo di una legge che ha già cambiato volto almeno quattro volte. Chi ha cominciato a lavorare nel 1987, come un impiegato di 38 anni che a fine carriera guadagnerà 45.200 euro, invece sarà chiamato a rimboccarsi le mani per cinque anni in più. Con la Dini poteva ritirarsi a vita privata nel 2022, dovrà aspettare il 2027 se non vuole vedere le sue entrate decurtate da 30.300 euro a 17.400. Da quest’ultimo esempio, si può toccare con mano il cospicuo risparmio per lo Stato garantito con la progressiva entrata in vigore del sistema contributivo. Se ne accorgeranno - la paternità è dell’ex ministro Dini - ancora di più l’operaio, oggi 23enne che lavora dal 1998 e il coetaneo impiegato in ufficio dall’anno scorso. Quando avranno raggiunto i 40 anni di contributi e ai 65 anni di età (60 per le donne) dovranno adattarsi. Il primo passerà da 20.300 euro all’anno a 11.600. Il secondo dovrà, se non sarà proprietario di una quota di un fondo integrativo o non avrà messo da parte un po’ di risparmi, dovrà cambiare stile di vita: da 45.200 a 17.770 è un salto impegnativo. |