10 settembre 2002
Definita la strategia in vista della presentazione delle piattaforme
rivendicative per i contratti
Cgil, per i salari non basta recuperare l’inflazione
Negli ultimi dieci anni la produttività è finita nei profitti, lasciando poco o niente nelle buste paga
Felicia Masocco
ROMA Riprende oggi il confronto tra
governo e parti sociali, all’ordine del
giorno lo stato sociale, pensioni escluse.
La convocazione del tavolo, prevista dal
Patto per l’Italia, è arrivata con quasi
due mesi di ritardo e ha finito col coincidere
con la definizione della Finanziaria
e con l’avvio della stagione contrattuale.
E per i rinnovi dei contratti ieri il
direttivo della Cgil ha messo a punto la
sua strategia: rivedere il tasso di inflazione
programmata di pochi decimali non
basta a salvaguardare il potere di acquisto
delle retribuzioni. Il parametro di
riferimento deve essere quella reale e va
redistribuita la produttività che per buona
parte dell’ultimo decennio è cresciuta
in modo significativo, ma si è trasformata
in profitti lasciando poco o niente
in busta paga.
È uno dei tre punti definiti ieri dal
parlamentino di Corso d’Italia in vista
della presentazione delle piattaforme rivendicative.
Le altre due condizioni,
non meno importanti, riguardano i diritti
e la difesa del contratto nazionale
contro i tentativi di Confindustria e del
governo di sminuirne la portata e farne
una «cornice». Infine, la democrazia
nei luoghi di lavoro, ovvero la possibilità
per coloro a cui il contratto si applica
(iscritti o no al sindacato) di poter votare
su decisioni che li riguardano.
Tre paletti, tre punti spinosi in cui
nella recente storia dei rapporti tra le
sigle confederali si sono registrate posizioni
spesso irrimediabilmente diverse.
L’ultimo in particolare, le consultazioni
«andata e ritorno» come le ha definite
Carla Cantone, segretaria confederale
responsabile delle politiche contrattuali
della Cgil. Ma in tempi di accordi separati
per la Cgil non si può più prescindere
dal voto dei lavoratori. Nè al momento
della presentazione delle piattaforme
perché - data l’aria che tira - è del tutto
probabile che saranno anch’esse separate,
né in caso di accordi non unitari.
Il dibattito su questo è più che mai
aperto: per la Cisl, contraria alle consultazioni
generalizzate, è sufficiente sentire
i propri iscritti. La Uil, provocatoriamente,
ha proposto di consultare i lavoratori sempre
anche in caso di uno sciopero
generale (il riferimento è a quello
separato della Cgil), dimenticando che
quando si tratta di scioperare il lavoratore
decide aderendo o meno. Divergenze
che non fanno tuttavia desistere la
Cgil dal tentativo di «scrivere insieme -come
ha spiegato Cantone - regole condivise
su come i lavoratori scelgono di
fronte a possibili divisioni dei sindacati».
E una divisione c’è anche per quanto
riguarda la politica salariale: i sindacati
in coro hanno detto no al tasso
dell’1,4% di inflazione programmata fissato
in Dpef e confermato - a detta di
tutto il governo - in Finanziaria. Lo hanno
definito poco credibile: ma se la Cisl
è pronta ad andare a contrattare il tasso
per averne uno più «credibile», la Uil
ha indicato nel tasso tendenziale europeo
(l’1,9%) un tasso equo su cui rinnovare
i contratti. «Il problema non è concordare
l’aumento dell’inflazione programmata,
anche perché non è compito
nostro - ha invece spiegato Carla
Cantone -. Il fatto è che se anche il
governo arriva all’1,7-1,8% non abbiamo
risolto il problema. C’è la produttività
da redistribuire, negli ultimi 7,8 anni
è aumentata del 16-18% di questo
alla contrattazione sarà andato lo
0,3%». Un ragionamento cui Corso
d’Italia pone come promessa «la cancellazione»
della politica dei redditi da parte
del governo. Anche sul modello contrattuale
non c’è unita di vedute: con il
governo e Confindustria anche la Cisl -come
deciso nel congresso dello scorso
anno - è pronta a rivederlo alleggerendo
il primo livello e spostando maggior
peso sul secondo.
Una sintesi unitaria sarà cercata,
ma è assai difficile. Insanabile è invece
la rottura sul Patto per l’Italia e anche
sullo sciopero generale che la Cgil ha
promosso contro i suoi contenuti. Ieri
il leader Cisl Savino Pezzotta è tornato
all’attacco definendolo «uno sciopero
contro il Sud» visto che il Patto riprende
proposte «che portano più vantaggi
per il Mezzogiorno che per il resto del
Paese». Lo sviluppo e i diritti per chi
lavora nel Meridione sono una priorità
del sindacato ma non del Patto per l’Italia,
è la replica di Sergio Cofferati. «Il
Patto non risponde in alcun modo a
queste esigenze che, invece, saranno al
centro dello sciopero generale». «I vantaggi
promessi per il Mezzogiorno sono
stati o cancellati o estesi al resto del
Paese laddove la capacità attrattiva è
molto più alta», ha continuato Cofferati.
«I fatti stanno confermando l'opportunità
della scelta della Cgil di non firmare
l’intesa» e «se a luglio avevamo
cento ragioni per lo sciopero oggi ne
abbiamo molte di più». La data verrà
decisa nel direttivo del 20 settembre
che eleggerà Guglielmo Epifani alla guida
del sindacato. Il passaggio di consegne
avverrà al Palazzetto dello sport di
Roma di viale Tiziano alla presenza di
2500 delegati. Intanto crescono le firme
contro le modifiche all’articolo 18 e per
l’estensione dei diritti a tutti i lavoratori:
è stato superato il milione di adesioni.