Le scorte negate, il ruolo del sindacato
ALCUNE LETTERE MOLTE DOMANDE
Marco Biagi non era un eroe, ma un insegnante universitario, non era addestrato al rischio come un carabiniere o un pilota di Formula uno. Aveva dunque paura di morire, di fare - come ha scritto e come purtroppo ha fatto - «la fine di D’Antona». Ma la paura non è un sentimento vile che fa sproloquiare. Spesso è un’attitudine a presentire, è il battito del cuore che insegue il cervello. Insomma, la paura non solo non ha fatto strologare Biagi, ma è stata una risorsa, gli ha infiammato i nervi, come un eccesso di vita ha reso calda e più acuta l’intelligenza. Difatti Biagi capì quel che gli altri non capivano, e cioè che tutto correva verso la morte, la sua morte, quella morte. E con le sue lettere non ha solo cercato di ostacolare quella corsa, ma si è sforzato di comunicare quel che egli solo aveva intuito. In questo senso il ministro ha ragione: Biagi era «un rompicoglioni». La frase che Claudio Scajola si è lasciato scappare sabato (e in cui ieri non si è riconosciuto) fa onore a Biagi e alla sua bellissima famiglia, gli rende il più alto dei meriti, e non solo perché, nella sua scompostezza, rivela un complesso, e magari anche un’ammissione di colpa. Ma anche perché «il rompi», nel vocabolario del ministro, è l’intellettuale di tenace concetto, il competente che non cede, il tecnico che non attacca l’asino dove vuole il padrone, che rivuole le consulenze, pretende d’essere protetto e mai si stanca di spiegare, di scrivere, di mandare email. Insomma non molla la postazione, come i più illustri bersagli del terrorismo, come Aldo Moro, o Guido Rossa, o Walter Tobagi. Biagi aveva capito che il governo al quale forniva il suo «impegno tecnico» non lo avrebbe protetto, e non per crudeltà o per complicità. Sentiva che le sue consulenze venivano trattate come favori da concedere, pratiche da evadere. La sottovalutazione fu dunque politi ca, oltre che di intelligence e di polizia. Ma c’è di più. Il ministro Scajola ora sostiene che se avessero dato a Biagi la scorta che chiedeva, i morti sarebbero stati tre. Se così fosse, bisognerebbe chiedere non le dimissioni dello scortato (scortatissimo?) Scajola, o del suo capo della Polizia nominato dal centrosinistra. Per paradossale coerenza bisognerebbe chiedere l’abolizione degli Interni, del ministero che tutti ci protegge e ci scorta. Certo, nessuna persona per bene può sostenere che Biagi è stato ucciso dal governo per il quale lavorava. Allo stesso modo nessuno può dire che lo ha ucciso il sindacato. E però anche Cofferati deve a Biagi una risposta urgente. Deve spiegare perché Biagi aveva paura della Cgil, perché un professore, un dipendente pubblico, un riformista si sentiva criminalizzato dal sindacato e dal suo leader. E dunque Cofferati cerchi pure il manovratore, il grande vecchio, la manona e la manina che hanno fornito le lettere, e magari denunci le bizzarrie investigative della Procura, ma quelle richieste d’aiuto rimangono lì, scritte da Biagi, e ineluttabilmente inevase. Il loro linguaggio non è «limaccioso», «fangoso», non è quello del «collaterale», del venduto. Cofferati deve spiegare le intolleranze politiche e le intemperanze verbali. Con forza Biagi denuncia una inciviltà che è comune a destra e a sinistra. «Consulente che rompe» o traditore di classe: a ben vedere il pregiudizio è identico. E gli devono una risposta anche i colleghi accademici. Biagi li accusa di vigliaccheria, conformismo e quieto vivere, corresponsabili anche loro di una inciviltà. Loro che praticano i suoi stessi libri sono infatti il supporto in malafede di quell’idea cofferatiana che riduce ogni tentativo di cogliere la moderna complessità del rapporto tra impresa e lavoro a una scelleratezza, a una fangosità morale. Davvero ci sono due Italie in queste lettere: quella di Biagi che coraggiosamente domanda, e quella di Scajola-Cofferati che pavidamente non risponde.
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di FRANCESCO MERLO
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