Le critiche: nel decreto agevolazioni insufficienti per lavoratori e aziende, assicurazioni favorite Il ministro, che nei giorni scorsi aveva detto di essere pronto anche a cambiamenti radicali del decreto, ieri ha fissato due paletti: «I principi della delega devono essere rispettati e se sono previste risorse aggiuntive bisognerà fare i conti con il ministero dell’Economia». Poiché nel documento delle parti sociali si chiede, tra l’altro, di tagliare il costo del lavoro, di aumentare le agevolazioni e le compensazioni, è chiaro che ci vorrebbero ulteriori stanziamenti di bilancio. Che molto difficilmente saranno concessi da Domenico Siniscalco. In questo caso, però, il decollo del nuovo sistema, cioè il conferimento del Tfr (trattamento di fine rapporto) ai fondi pensione dal prossimo primo gennaio, sarebbe a rischio. Lo stesso ministro sa che senza la collaborazione di imprese e sindacati sarà complicato convincere il lavoratore ad abbandonare la liquidazione per passare ai fondi. Nel sindacato aumenta lo scetticismo. «Maroni non è credibile», dice il leader della Fiom, Gianni Rinaldini. Secondo le parti sociali il decreto nega la «centralità» dei fondi pensione contrattuali, cioè quelli istituiti con accordi tra le stesse parti, perché li mette sullo stesso piano delle polizze individuali offerte dalle assicurazioni. Bocciata anche la «portabilità», cioè l’obbligo per le aziende di versare il contributo per la previdenza integrativa previsto dal contratto anche se il lavoratore sceglie un fondo che non è di natura contrattuale. Sindacati e imprese chiedono inoltre di cancellare dal decreto la possibilità che accordi di livello aziendale stabiliscano di destinare il Tfr a fondi diversi da quello previsto dagli accordi nazionali. Altro punto delicato è quello delle «compensazioni». La delega, ricordano imprese e sindacati, prevede che il conferimento del Tfr ai fondi avvenga «senza oneri per le imprese», come ha più volte rivendicato il vicepresidente della Confindustria, Alberto Bombassei. Oggi l’accantonamento per la liquidazione (un flusso annuo di oltre 13 miliardi di euro) resta in azienda e costituisce per la stessa una fonte di finanziamento più conveniente del credito bancario. La riforma prevede tre misure per compensare le imprese che perderanno il Tfr: agevolazioni sul credito, taglio del costo del lavoro, eliminazione del contributo all’Inps per il fondo di garanzia sulle liquidazioni. Nel decreto, invece, manca la seconda misura e le altre sono «non soddisfacenti», dice il documento indirizzato a Maroni. Insufficiente, aggiungono le parti sociali, anche il trattamento fiscale. Tre le richieste. 1) Che accanto al tetto di contributi deducibili (5.164,57 euro) sia ripristinato il limite del 12% del reddito, «prevedendo l’applicazione del regime più favorevole al lavoratore». 2) «L’abrogazione» dell’imposta sostitutiva dell’11% sul rendimento dei fondi. 3) Un sistema di «aliquote privilegiate» sulle prestazioni pensionistiche che verranno erogate dalla previdenza integrativa.
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«Tfr, questa riforma va riscritta»
di Admin
mercoledì 27 ottobre 2021