LAVORO 2. DOVREBBE ESSERE IL PRIMO PUNTO IN AGENDA PER IL PROSSIMO ESECUTIVO bisogna aumentare il tasso di sviluppo I disordini che infiammano le vie di Parigi sono il riflesso di una malessere pi? grande, che scuote, seppure in forme diverse, l'intera Europa. Le nuove norme giuridiche, che puntano su una maggiore flessibilit? del mercato del lavoro, generano un senso di insicurezza ed alimentano la protesta. L'Italia ? il paese che, prima di altri, ha tentato questa via. Vale quindi la pena tentare un primo bilancio di quanto realizzato. Cogliere i risvolti positivi e quelli pi? inquietanti, per cercare la ricetta giusta che dia slancio competitivo ad un continente costretto, dal processo di globalizzazione, a fare i conti con se stesso. Ed avanzare lungo strade fino a ieri inesplorate. L'Italia come laboratorio, in definitiva, dove sia possibile vedere in controluce le speranze e le delusioni di una tendenza pi? generale. Da anni, il nostro paese si misura con questo problema: dal pacchetto Treu, alla legge Biagi, il cammino ? stato lento e faticoso. E solo oggi ? possibile trarre un primo, seppur provvisorio, bilancio. I dati Eurostat ci dicono che dal 2001 ad oggi l'occupazione in Italia ? andata meglio che altrove. Rispetto al 2001 l'occupazione ? cresciuta, cumulativamente, del 4,7 per cento; contro una media per l'eurozona del 4,3 per cento. Se il confronto si limita ai partners pi? importanti, i risultati sono decisamente migliori. In Germania si ? avuta una diminuzione pari allo 0,5 per cento. In Francia un aumento pi? contenuto: del 3,3 per cento. Solo la Spagna, con una crescita del 4,5 per cento, ? andata meglio, sull'onda di una robusta congiuntura. Il tasso di disoccupazione ha avuto, di conseguenza, un andamento opposto. ? cresciuto dal 7,4 del 2001, al 9,7 del 2005 in Germania; dall'8,4 al 9,6 per cento in Francia; dal 7,9 all'8,6 per cento nell'eurozona. L'Italia pu? invece vantare un primato. La riduzione del tasso di disoccupazione ? stata pari all'1,4 per cento: inferiore solo alla Spagna che partiva tuttavia da un livello iniziale - il 10,8 per cento - molto pi? alto. Elementi confortanti, quindi. Appena mitigati dai risultati di quest'ultimo anno. I valori Eurostat evidenziano, per l'Italia, un'attenuazione del fenomeno. La Banca d'Italia, per conto suo, approfondendo l'analisi ci dice che gli occupati, nel 2005, sono leggermente aumentati - dello 0,2 per cento - mentre sono diminuite - dello 0,4 per cento - le ore lavorate, a causa di una pi? forte presenza di lavoratori a tempo parziale. Fin qui i dati grezzi. Che non danno, per?, una giusta visione del fenomeno. Nel periodo considerato il tasso di sviluppo complessivo dei paesi considerati non ? stato uniforme. La Spagna, ad esempio, ? cresciuta, in media, quattro volte l'Italia e la Germania. La Francia il doppio. ? pertanto necessario sterilizzare questo secondo parametro, calcolando l'elasticit? dell'occupazione rispetto al reddito. Vedere, cio?, come la componente occupazione varia a prescindere dall'andamento dell'economia. Ebbene, in questa simulazione, l'Italia ? al primo posto. Presenta, insieme alla Spagna, l'unico coefficiente positivo, con una differenza rispetto a quest'ultima di quasi otto volte. Risultato non sorprendente: l'Italia ha ridotto il tasso di disoccupazione nonostante la stasi sostanziale nella produzione di ricchezza. La Spagna, con un tasso di sviluppo eccezionale almeno per i parametri europei, ne ha diluito l'incidenza. Tutto bene, quindi? Purtroppo non ? cos?. Ma le ragioni esulano dall'andamento del mercato del lavoro. Attengono invece alle caratteristiche pi? complessive del modello italiano. Negli anni passati la rigidit? delle relazioni industriali costringeva le aziende a forti investimenti. Essi erano necessari per aumentare la produttivit?: sostituendo capitale a lavoro. I beni che si producevano erano, pi? o meno, gli stessi. Si ottenevano, tuttavia, con innovazioni di processo che miglioravano la qualit? della produzione. Ma soprattutto riducevano i costi. Venuta meno la pressione dal basso, le aziende si sono lasciate andare. Non hanno spostato il loro impegno sull'innovazione di prodotto, ma ridotto gli investimenti - specie in macchinari - ed assunto personale ad un costo inferiore. Da qui, la minore crescita economica e la maggiore occupazione relativa. |
"Riposizionamenti" Non basta la flessibilità
di Admin
mercoledì 27 ottobre 2021