venerdì 18 aprile 2003
l’intervista
Morena Piccinini
segretaria confederale Cgil
La strada non può essere quella della decontribuzione, difendere le entrate previdenziali
«Fiscalizzare gli oneri impropri»
ROMA Morena Piccinini, segretaria
confederale Cgil. L’incontro di oggi
(ieri, ndr) era molto atteso, la
materia è rovente. Quali sono stati
gli argomenti di Cgil, Cisl e Uil?
«Abbiamo aperto con una dichiarazione
di premessa che dati i tempi non è
pleonastica: dobbiamo tutti condividere
che la riforma previdenziale è già stata
realizzata che dimostra di essere in equilibrio.
Non può essere alterata da atti di
imperio ad esempio sulle pensioni di anzianità
o sui rendimenti. È chiaro il riferimento
a quanto sostenuto di recente dagli
economisti di Palazzo Chigi che hanno
teso a collegare il problema del debito
pubblico a un intento di restrizione in
fatto di pensioni. Abbiamo voluto esprimere
preoccupazione circa le intenzioni
che erano trapelate».
E i punti cardine del documento
sindacale?
«Abbiamo ripercorso i punti critici
della delega e quindi in modo particolare
la decontribuzione, il prelievo obbligatorio
del Tfr e la parificazione completa
tra fondi aperti e fondi negoziali. Abbiamo
anche messo in evidenza come le tre
questioni siano strettamente legate tra di
loro, perché insieme producono un sistema
diverso. La decontribuzione riduce
le risorse previdenziali pubbliche e le
aspettative sul rendimento pubblico che
nell’idea del governo verrebbe compensata
dalla previdenza complementare
con un chiaro spostamento di asse dalla
previdenza pubblica a quella complementare,
a scapito della prima».
Che cosa significa che le tre questiono
sono legate?
«Che ci aspettiamo una risposta
complessiva, una soluzione di insieme e
non parziale su questo o quell’altro punto».
Quali le controproposte?
«Noi non neghiamo che ci possa essere
un problema di costo del lavoro
complessivo, però al posto della decontribuzione
proponiamo che si agisca con
una operazione di fiscalizzazione di quelli
che normalmente vengono chiamati
oneri impropri (non previdenziali), era
un impegno già previsto nel Patto di
Natale del ‘98, ridurre questi oneri , ad
esempio quelli per gli assegni familiari.
Un intervento del genere non intaccherebbe
le entrate previdenziali, agevolerebbe
le imprese e contemporaneamente
sarebbe anche un’operazione di separazione
tra assistenza e previdenza».
Su questo il ministro pare abbia
aperto. Vi convince?
«Abbiamo registrato un certo interesse.
Speriamo che cia davvero la volontà
di approfondire per formulare proposte
positive».
Diversamente sul Tfr la chiusura
resta. Lui parla di obbligatorietà
dell’uso del Tfr, i sindacati della
necessità «di una manifestazione
di volontà da parte del lavoratore»...
«Al ministro abbiamo innanzitutto
ribadito che il governo dovrebbe rendere
attiva la previdenza complementare
per i dipendenti pubblici. Per la scuola,
ad esempio, sarebbe tutto pronto, tranne
gli atti che spettano al governo per
renderla attiva. Abbiamo poi chiesto
chiesto vantaggi fiscali per agevolare la
previdenza complementare: nella prevalenza
dei paesi europei il prelievo fiscale
c’è solo nella rendita finale, in Italia si
tassano sia i rendimenti annui che la
rendita finale. Inoltre un atto di coercizione
per noi è incostituzionale perché
cambia la natura del Tfr che è salario
differito: oggi è garantito nel suo rendimento,
la pretesa di metterlo obbligatoriamente
sul mercato finanziario è rischiosa».
Che cosa vi aspettate dal prossimo
incontro?
«Risposte vere e di poterle avere in
tempo utile, prima che la delega enti nel
vivo in Senato. In mancanza dovremo
pensare, unitariamente mi auguro, ad
azioni di mobilitazione a sostegno delle
nostre richieste».
fe. m.