domenica 18 maggio 2003
Per il leader della Ces non si può parlare di una Maastricht della previdenza: «Ogni Paese ha la suaspecificità»
«Riforme sì, ma con cautela. Il nostro obiettivo è la difesa di sistemi solidaristici pubblici e a ripartizione»
Europa, emergenza welfare«Riforme sì, ma con cautela. Il nostro obiettivo è la difesa di sistemi solidaristici pubblici e a ripartizione»
Il sindacato in campo in difesa delle pensioni. Gabaglio: sono un pilastro della nostra cultura sociale
Giampiero Rossi
MILANO Si è conclusa ieri, con la manifestazione di Berlino, una settimana che ha visto scendere in piazza cittadini e lavoratori in tutta
Europa. Manifestazioni oceaniche in Francia e insegnanti in piazza
in Austria dopo lo sciopero nazionale di settimana scorsa, un
evento senza precedenti nel Paese.
Tutti per protestare - con il conseguente strascico di trasporti paralizzati e studenti a spasso per un giorno - contro le rispettive riforme delle pensioni e, più in generale, del welfare. Mentre l’economia del Vecchio continente arranca e la locomotiva tedesca non decolla. Un panorama nel quale l’Italia non fa eccezione: le ragioni di conflitto sociale non mancano nemmeno da noi. E anche da noi incombe il nodo pensioni. Ma cosa sta accadendo in Europa? Come
mai i sindacati di mezzo continente si trovano alla testa di movimenti
sociali così ampi? «Semplicemente perché, insieme ai cittadini,
cercano di impedire che un pilastro del sistema sociale europeo
quale è il sistema pensionistico pubblico, a ripartizione e solidaristico
venga abbattuto saltando il cosiddetto dialogo sociale, cioè con semplici atti di forza...». Questa è la spiegazione che propone
Emilio Gabaglio, leader della Confederazione europea dei sindacati
(Ces), che in mezzo a una simile ondata di protesta si prepara al
suo decimo congresso, in programma a Praga dal 26 al 29 maggio.
Gabaglio, ma che succede? Da una parte i governi, cercano
di introdurre sistemi pensionistici in cui si lavora di più per guadagnare di meno, motivando queste scelte con le imprescindibili necessità di far quadrare i conti; dall’altra
lavoratori e sindacati prontissimi a fare opposizione nelle piazze. E’ in vista uno scontro sociale su scala continentale?
«Si sta semplicemente verificando una reazione forte a chi vuole
mettere in discussione un pilastro della cultura sociale europea.
E, come mi pare stia avvenendo anche in Italia, con i sindacati in
prima linea, in Francia e in Austria si tratta di impedire che i governi
passino di forza sopra i sistemi pensionistici e, al tempo stesso, si
chiede di riportare questa delicata materia nell’ambito di una discussione sulle riforme possibili».
Già, le riforme. Quindi anche il sindacato europeo riconosce
la necessità di intervenire sugli attuali sistemi pensionistici?
«Naturalmente, ma con grande cautela. Perché questa è una
grande questione sociale, che non può essere presa soltanto dal lato
finanziario, anche se a nessuno di noi sfugge la necessità di fare in
modo che i sistemi pensionistici stiano in piedi».
Quindi, per dirla con il premier italiano Berlusconi, si
dovrebbe arrivare a una Maastricht per le pensioni
europee?
«Mi pare che solo a lui sia venuta in mente quest’idea. Ma è
una cosa che non sta in piedi, sia perché questa non è una materia
di competenza europea, sia perché ogni sistema pensionistico è figlio
anche della cultura e della storia di un Paese. Anzi, possiamo dire che
ne è addirittura un elemento chiave di identità, non qualcosa che si
possa dettare dall’alto. Certo, però, sarebbe tutt’altro ragionamento
se invece di evocare Maastricht e criteri univoci e vincolanti si ragionasse con un approccio “leggero” su orientamenti comuni,
per soluzioni comparate».
Di conseguenza non esistono neanche i presupposti
per parlare di “sciopero europeo”?
«Ma no, assolutamente no. Su questo tema gli interlocutori sono
i 15 governi nazionali. Diciamo piuttosto che la Confederazione
europea dei sindacati è impegnata a individuare i paletti, i punti qualificanti e irrinunciabili da difendere per mantenere sistemi pensionistici solidaristici, pubblici e a ripartizione. Su questo, poi, si può avviare una fase di concertazione destinata però a ritornare nei singoli Paesi dell’Unione».
In Francia, però, c’è chi dice che la riforma voluta dal governo
mira semplicemente a eliminare i «privilegi» dei dipendenti
pubblici. Significa che davvero c’è spazio per intervenire
con correzioni nei sistemi pensionistici?
«Privilegi? Io so che nelle piazze dell città francesi sono scesi centinaia
di migliaia di lavoratori anche del settore privato, quindi direi
che questa reazione generalizzata sia proprio la risposta sociale a
chi tocca un nervo centrale dello stesso sistema sociale europeo. Anche se poi è chiaro che occorre superare certe formule che, magari,
nel passato avevano un senso maggiore rispetto a oggi. Ma su
questo io trovo che il movimento sindacale europeo abbia dato prova
di grande capacità di riforma e modernizzazione, ma sempre tenendo
fermi i diritti e le garanzie per la gente che lavora e, naturalmente,
opponendosi a cosiddette "riforme” unilaterali, imposte con
la forza e che per giunta mirano a smantellare sistemi equi».
La partecipazione a queste manifestazioni è altissima.
Significa che sono coinvolti gruppi sociali nuovi, che prima
non partecipavano?
«Sì, la partecipazione mi sembra nuova, ampia e variegata. Soprattutto
per quanto riguarda la componente giovanile e altre che il finora il sindacato non era stato in grado di coinvolgere. Ma su questo
c’è ancora tanta strada da fare».