7 dicembre 2002
l'intervista
Luigi Angeletti
segretario generale Uil
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L’unica iniziativa seria è l’ingresso del capitale pubblico, non ci possiamo fidare di questo gruppo dirigente
Obiettivo: cambiare il padrone del Lingotto
Giovanni Laccabò
MILANO Il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, raccoglie l'invito
della Cgil, e anche delle strutture unitarie torinesi, a mettere in cantiere
lo sciopero generale dell'industria a sostegno della vertenza Fiat,
a patto che i motivi non siano generici: «Gli scioperi si proclamano per
raggiungere obiettivi precisi. Nel caso della Fiat è possibile uno sciopero
generale dell'industria, ma per chiedere l'ingresso nell'azionariato
Fiat di capitale pubblico».
Dagli stabilimenti Fiat, ma anche da strutture unitarie come
a Torino, o dal direttivo Cgil, si propone lo sciopero generale per cambiare il piano.
«Scioperi e lotte si fanno per raggiungere obiettivi che non devono
essere generici, ma devono essere individuati con chiarezza. Non si può
fare uno sciopero per dire che si vuole una politica industriale, ma
prima occorre stabilire concretamente quali sono le politiche industriali
che vogliamo. Prima si deve indicare in che si sostanzia una nuova
politica industriale».
Angeletti, da dove spunta una presa di posizione così decisa
sulla Fiat? Sull’ingresso dello Stato nell’azionariato?
«Lo sciopero deve avere uno scopo preciso: nel caso della Fiat non
può essere diretto a chiedere agli attuali azionisti di cambiare il piano,
cosa che, ormai lo sappiamo perfettamente, non faranno mai. E non
sono utili nemmeno scioperi generici, che fanno solo perdere soldi ai
lavoratori senza mai risolvere nessun problema. Se invece lo sciopero
serve per richiedere l’ingresso del capitale pubblico nell’azionariato della
Fiat, allora io ci sto».
Berlusconi, Fini, Maroni e Marzano: tutti in coro a sostenere che l’accordo è fallito per colpa della Cgil massimalista.
E la Uil dov’era? A rimorchio?
«Le ho sentite anch’io queste dichiarazioni ma non le raccolgo nemmeno
(ilarità, ndr). In realtà il governo è stato trascinato dalla Fiat: le ha
concesso proprio tutto ciò che ha chiesto, niente escluso: ecoincentivi,
finanziamenti per la ricerca, mobilità lunga, stato di crisi, piani di reindustriualizzazione, finanziamenti per la formazione. Non ha dimenticato
nulla. E in cambio ha ottenuto poche cose, ad esempio la promessa
di non far chiudere Termini e la rotazione della cassa integrazione.
Oltretutto, fatto assai curioso, praticando una trattativa diretta con
l’azienda e chiedendo al sindacato di aderire al risultato».
Che ne pensa, Angeletti, di un metodo così “innovativo”?
«Penso che il risultato è inefficace perché siamo molto più bravi noi
a fare le trattative che non i governi. Da un punto di vista formale non è
nemeno utile che i governi trattino con le aziende, perché l’equilibrio
dei poteri riguarda il rapporto tra impresa e lavoratori, mentre i politici
farebbero bene a starne fuori, tanto più se si tratta di ministri».
Il ministro Maroni insiste a ripetere che l’alternativa era
no i licenziamenti, e che quindi è il governo il vero salvatore
della patria...
«Capisco il ruolo che il governo si è voluto ascrivere, ma non credo
che sia cosa buona. Il governo avrebbe dovuto mettere le parti di fronte
alle loro responsabilità, oppure proporre lui stesso una soluzione ma
non negoziarla con una parte per poi cercare di imporla all’altra.
Mi sarebbe piaciuto osservare la reazione di molti giornali se fosse accaduto il contrario: sindacato e governo che fanno l’accordo e lo comunicano all’azienda».
Il governo vi accusa anche di avere fatto critiche ma non proposte.
«Questo non è vero, lo sanno tutti. Abbiamo avanzato proposte precise, articolate per la loro complessità. Primo, il giudizio sul piano, che non è in grado di risolvere il problema Fiat. Secondo, avere tempo per discutere un’altra prospettiva. Terzo, nel frattempo l’azienda congela le lettere e garantisce l’attività in tutti gli stabilimenti e la rotazione della cassa integrazione. Quattro, il governo deve verificare se l’azienda ha le risorse necessarie molto più cospicue di quelle messe in tavola per avviare il rilancio, contemporaneamente a una fase in perdita, che deve essere sopportata dalle risorse. Verifica da condurre con gli azionisti e promuovere alleanze, a partire da General Motors. Infine, se necessario considerare l’intervento pubblico. Dunque si può sostenere che abbiamo fatto troppe proposte, oppure che queste non sono condivisibili, ma è sbagliato dire che non ne abbiamo fatte».
E ora che si fa? Si permette che l’azienda gestisca la crisi?
«Non si può più chiedere a questa azienda di cambiare il piano: sarebbe
patetico. Gli attuali azionisti sono fermamente convinti di questo piano, che io non condivido».
È per questo motivo che lei Angeletti ritiene che non ci si può fidare della Fiat?
«Sì, il problema ora è uno solo: per cambiare il piano occorre cambiare
gli azionisti».