Pagina 1 e 27- Commenti Migliorare, superare, abrogare. L'oggetto, come molti avranno intuito, è la legge 30 (o legge Biagi che dir si voglia). Che possa e debba essere migliorata ci sono, francamente, pochi dubbi. Per liberarla dalle tante incrostazioni ideologiche che la segnano e per avvicinarla alla realtà del nostro mercato del lavoro. Una realtà che non ha né compreso né accettato la moltiplicazione delle forme contrattuali e l'idea di una flessibilità à la carte che le stesse imprese hanno mostrato di considerare come un inutile esercizio accademico. Come peraltro accade anche in altri comparti come i servizi creditizi ed assicurativi e i trasporti. Sul secondo versante - quello dei servizi pubblici - il funzionamento delle pubbliche amministrazioni, quello delle aziende (ancora largamente in mano pubblica) dei servizi pubblici locali e le stesse carenze del nostro stato sociale (a partire dalla rete di ammortizzatori sociali per proseguire con i servizi all'impiego e della formazione professionale per finire con un sistema previdenziale che non dispone della flessibilità necessaria per assicurare contro la vecchiaia le carriere discontinue) sono anch'essi causa non trascurabile dei ridotti margini di manovra all'interno dei quali si muovono le nostre imprese. Non sorprende, quindi, che - stretto nella morsa fra la durezza della competizione internazionale e la rigidità di parti importanti della nostra economia - il sistema produttivo finisca per scaricare tutte le sue «richieste» di flessibilità sul mercato del lavoro e quindi, inevitabilmente, sulle sue componenti più deboli: i giovani e le donne. Com'è ovvio, ciò appare inaccettabile soprattutto a coloro i quali pensano che la stagione di crescita di cui il Paese ha urgentemente bisogno non possa che avvenire nell'equità. |
"Commenti&Analisi" Flessibili, non precari (N.Rossi)
di Admin
mercoledì 27 ottobre 2021