Chi sarà mai quello studente su tre che nell’ultimo sondaggio dell’Ispo di Mannheimer chiede di non abolire il 7 in condotta? Un masochista. Oppure un bugiardo piacione che tende a confortare l’intervistatore con risposte conformiste. Più probabilmente, fra i coetanei di Erika, spira un venticello d’ordine e una voglia di castigo che è meglio chiamare giustizia.
Quasi una nostalgia di istituzioni solide - famiglia, scuola, corpi sociali - come antidoto allo svacco contrabbandato per libertà. Per i politici tutto questo si traduce nella solita scorciatoia dell’Uomo Forte, in versione democraticamente digeribile di buon papà protettivo, e basta guardare i cartelloni che infestano le strade per accorgersene. Ma quei ragazzi stanno solo esprimendo un bisogno di serietà. E la chiedono agli adulti che per mesi hanno litigato sull’abolizione del 7 in condotta senza neanche prendersi la briga di leggere la riforma.
Avrebbero scoperto che il 7 non è stato affatto abolito, ma semplicemente non comporta più la bocciatura automatica a prescindere dal profitto: un maledetto alla Baudelaire si prenderà il suo 7 perché spernacchia i professori, ma sarà promosso lo stesso se scrive «Les Fleurs du Mal». Alla fine di tanti sociologismi, il nemico di questa generazione sembra essere il solito dei ragazzi di ogni epoca: il formalismo ipocrita e pressappochista di chi li circonda.