Yamaha, i lavoratori non scendono dal tetto Sacconi: soluzione a breve

23/12/2009

Hanno passato un’altra notte, la settima, sul tetto dello stabilimento, e per ora non scendono i quattro operai che chiedono almeno la cassa integrazione per tutti i 66 dipendenti della fabbrica Yamaha Italia di Lesmo, Monza. Dopo la dichiarazione di lunedì sera dell’azienda, che in una nota si è detta disponibile a esaminare il ricorso alla cassa integrazione, sono in corso non facili contatti tra i sindacati e Yamaha per avere «qualche riscontro concreto», come conferma il segretario della Fim-Cisl Brianza, Gigi Redaelli. I quattro sul tetto sono in buone condizioni, nonostante freddo e neve, e ribadiscono che scenderanno solo quando la cassa integrazione sarà posta «nero su bianco». «Stiamo spingendo – riprende Redaelli – perché Regione Lombardia e Prefettura ci convochino, in modo da capire le reali intenzioni dell’azienda». Finora, infatti, resta solo quella breve nota, in cui peraltro Yamaha si dice semplicemente disposta a procedere con le verifiche del caso. Un po’ pochino per i 66 che, comunque vada, non avranno più il loro lavoro. E i quattro saliti fin sul punto più alto della fabbrica (talmente alto che è difficile persino dargli il cambio) a questo punto non se la sentono di scendere per meno di una certezza.
MALIGNITÀ
Oggi, finalmente, la vertenza approda al tavolo del ministero del Lavoro. Il ministro Maurizio Sacconi ha convocato azienda e sindacati. Sacconi, peraltro, aveva parlato nel pomeriggio in Senato, sollecitato, facendo intravedere una possibile soluzione in arrivo, «mettendo i lavoratori nella condizione di affrontare un Natale meno drammatico». «Non dico sereno – ha aggiunto – perchè, purtroppo, nè per loro, nè per altri lo sarà data l’incertezza che graverà sulla loro condizione di reddito e di lavoro». Fin qui, la pietas umana. Poi, Sacconi ha ricordato che il governo «ha sollecitato», ma «purtroppo la natura multinazionale della compagnia fa sì che il management italiano non abbia un’autonomia decisionale». Più di tanto non si può fare, dunque. Se non la minaccia di dicerie maligne: «Abbiamo rappresentato tutte le conseguenze di una rigidità inaccettabile, compresa quella per cui il marchio sarebbe ragionevolmente destinato a soffrire nel nostro mercato di consumo – chiude Sacconi – Certo anche noi ci troveremmo a spendere parole che si rifletterebbero sulla credibilità del marchio stesso in questo mercato ». Sarà per questo che il Tg5 annuncia nel pomeriggio «accordo fatto », chissà. Una cosa è certa: quei quattro lassù (e tutti gli altri di sotto) a due passi da Arcore e a poche ore da Natale danno parecchio fastidio a molti.