Western Union, call center rapace

04/06/2002
          4 giugno 2002

          Western Union, call center rapace

          Sfruttamento new economy Personale in nero e dipendenti con orari rigidi mascherati da semplici collaboratori. Il lavoro nella «Angelo Costa», agente della multinazionale Usa che trasferisce il denaro degli immigrati all’estero


          ANTONIO SCIOTTO


          ROMA
          Sarà il vento veloce della globalizzazione, che spazza le regole minime e gli argini posti a difesa di chi lavora, ma il fiume in piena della multinazionale
          Western Union proprio non perdona. Nel call center di Roma, i diritti del lavoro e il sindacato sono visti come una vera e propria bestia nera. E allora via con il lavoro nero, i contratti da Cococo che camuffano condizioni lavorative da dipendenti, ricatti e promesse illusorie di vario tipo, tutte puntualmente disattese. Mentre, dall’altro lato, gli immigrati che usano i servizi Western Union per inviare i soldi nei propri paesi d’origine sono costretti a pagare percentuali salate. Per 250 euro da mandare in Colombia, l’immigrato deve pagare una commissione di 22,50 euro, dunque quasi il 10%. In più – informa una gentile voce alle informazioni (peraltro proprio uno dei ragazzi della cui situazione parliamo più avanti) – l’euro non viene cambiato al tasso ufficiale (2174,2500 pesos, sabato scorso), ma a una cifra che è più bassa di circa l’8%: 2013,9758. In Colombia, dunque, arriverà una cifra molto dimagrita. Se in Francia il servizio di spedizioni Western Union è affidato alle Poste statali, qui in Italia la multinazionale si è affidata alla Angelo Costa s.p.a., che gestisce il call center e l’amministrazione dei servizi. Chi deve spedire le somme, si rivolge però ai subagenti, ovvero ai tabaccai e ai locali convenzionati, che a loro volta telefonano alla Angelo Costa per comunicare i dati della transazione. E qui entrano in gioco i ragazzi del call center. Sono in tutto 120, alcuni dei quali immigrati, utili per le lingue straniere, e fino a qualche mese fa stipati in un centralissimo ufficio in via del Babuino. Adesso, la Angelo Costa si è trasferita in una nuova sede, ma molti lavoratori non hanno avuto il rinnovo del contratto, altri stanno facendo vertenza, altri ancora lavorano in condizioni di precariato e abuso selvaggio.

          Quello che colpisce immediatamente nell’organizzazione del call center Angelo Costa-Western Union è l’uso spregiudicato del Cococo, ormai strumento iperelastico da utilizzare in tutte le salse e buono per qualsiasi stagione. Il Cococo (collaborazione coordinata e continuativa) dovrebbe essere, per legge, un contratto da parasubordinati, ovvero senza orari e senza una subordinazione accentuata alla gerarchia dell’azienda; in cambio di questa «libertà» e flessibilità, si deve spesso accettare un compenso variabile e fuori dai contratti nazionali, con un versamento molto basso agli enti previdenziali e pochissime prestazioni sociali. Ebbene, con questo fior di contratto (il netto mensile degli impiegati Western Union arriva a 1.200.000 lire mensili), in realtà gli operatori del call center sono costretti a rispettare una rigida tabella di orari, timbrare all’entrata e all’uscita un cartellino e firmare il registro, recuperare addirittura i ritardi, anche se di pochi minuti.

          «Quando arriviamo in ritardo – racconta una lavoratrice che vuole restare anonima – ci viene chiesto dai coordinatori di recuperare a fine turno. Dobbiamo chiedere il permesso per andare a fare pipì e per mangiare un panino. Il controllo è serratissimo, e a chi si ribella a queste regole, non pertinenti rispetto al nostro tipo di contratto, viene fatto capire che l’azienda potrebbe decidere di non firmare il rinnovo». Sì, il rinnovo, perché per circa un anno e mezzo la maggior parte dei giovani operatori è stata tenuta con contratti di 3 o 4 mesi, pochissimi a termine, pochi cfl (durano due anni) e a tempo indeterminato. «La maggioranza dei Cococo – dice Antonio Amoroso, della Cub – vive perennemente nella paura di non ottenere il rinnovo. E così non possono usufruire delle ferie, né di alcun tipo di permesso. In molti casi viene imposto loro anche di recuperare i giorni di malattia».

          E il licenziamento, in effetti, per alcuni è arrivato. In tutto 60 Cococo, non rinnovati a fine marzo dopo diversi contratti. «L’azienda ci ha detto di farci risentire dopo 20 giorni – dice una delle lavoratrici licenziate – e poi dopo un altro mese. Dopo tutto questo tempo, ci ha rinviato ancora di due mesi. Evidentemente voleva far passare i termini per la validità di un’eventuale causa. A questo punto, abbiamo cominciato a organizzarci per reagire; solo allora la direzione ha cominciato a chiamarci, ma individualmente. Ci prometteva un contratto cfl in cambio di una liberatoria per la rinuncia a rivendicare tutti i nostri diritti». Un contratto che molti ragazzi, per poca conoscenza, per paura o per il bisogno di denaro, hanno firmato, mentre un’altra decina si è rifiutata e ha fatto causa. Quel cfl promesso, però, non è si è visto: la Cisl aveva inizialmente concordato con l’azienda che ci sarebbe stato un accordo per stabilizzare chi firmava, ma questo accordo non c’è mai stato. La liberatoria siglata, dunque, fatta in assenza dei sindacalisti, è di valore nullo.

          Ciliegina sulla torta, un’altra ragazza racconta di aver lavorato per parecchi mesi in nero, e bisognerebbe indagare se è stata l’unica. Il deputato Cento (Verdi) e i senatori Malabarba e Sodano (Rifondazione comunista) hanno presentato due interrogazioni parlamentari sulla Western Union al ministro del lavoro Maroni. Mentre dalla Cub arriva l’invito ai lavoratori di informarsi sui propri diritti e di fare causa per ottenere il posto a tempo indeterminato, cui hanno diritto dopo anni di abusi.