Welfare, ricorso alla Consulta se le regioni minano la riforma

19/10/2001



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Welfare, ricorso alla Consulta
se le regioni minano la riforma

E Maroni frena sulla delega.Cofferati:metodo sbagliato
I sindacati: Tremonti ci ha dato assicurazioni contro un uso distorto del federalismo

RICCARDO DE GENNARO


ROMA – Il confronto tra governo e parti sociali su pensioni e mercato del lavoro ha affrontato ieri, giorno di avvio, il problema dei tempi e del percorso della verifica, ma anche un primo problema di sostanza: quello emerso in seguito alle preoccupazioni dei sindacati per eventuali «interferenze» delle Regioni, forti della nuova legge sul federalismo, sui temi in discussione, con il rischio di «svuotare» di fatto i successivi provvedimenti del governo. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, tuttavia, avrebbe rassicurato pienamente i sindacati, i quali riferiscono che al tavolo Tremonti ha parlato, come extrema ratio, di «ricorso alla Corte Costituzionale».
Acqua sul fuoco delle polemiche ha gettato intanto il ministro del Welfare, Roberto Maroni, in seguito all’ipotesi di deleghe «automatiche» al governo, in caso di mancato accordo con le parti sociali entro il 15 novembre. Se non sono una mossa tattica per disinnescare la miccia dello sciopero generale annunciato da Cgil, Cisl e Uil e allentare le tensioni tra Confcommercio e Confindustria, le parole di Maroni indicano la caduta di uno steccato: «Il 15 novembre non è una spada di Damocle ha detto Maroni ma un’opportunità. Non vogliamo fare alcuna guerra di religione sull’uso della delega o meno per le riforme».
Il governo, tuttavia, intende procedere a tappe forzate: mercoledì prossimo saranno convocati due tavoli «tecnici» separati, uno sulle pensioni e l’altro sul mercato del lavoro, dopodiché dice Maroni «siamo disposti a lavorare giorno e notte». Il governo si muoverà con il metodo delle tre tabelle: una con le misure sulle quali tutti sono d’accordo, una seconda dove inserire le misure che possono essere oggetto di scambio e una terza dove «andranno le questioni tabù». Facile, a questo punto, la battuta del leader della Cgil, Sergio Cofferati: «Che cosa penso del metodo delle tre tabelle? Io conosco soltanto il gioco delle tre carte». Maroni non si astiene dalla polemica: «Chi nel sindacato critica il metodo del dialogo sociale evidentemente lo fa perché teme di perdere una posizione privilegiata».
Cofferati – che boccia il Libro bianco e ribadisce la sua contrarietà alle deleghe al governo per le riforme – assicura che la Cgil parteciperà ai due tavoli «tecnici» di verifica, ma insiste sull’urgenza della riforma degli ammortizzatori sociali. Una proposta, questa, respinta dal governo: «Costa almeno 10mila miliardi – ha detto Sacconi – tanto che anche il centrosinistra non fece nulla». Gli incontri di ieri hanno confermato le posizioni: il fronte imprenditoriale guidato dalla Confindustria (con Antonio D’Amato si schierano Abi, Ania, Confartigianato e Confagricoltura) auspica una nuova riforma strutturale delle pensioni e il cambiamento della normativa sui licenziamenti, due punti sui quali Cgil, Cisl e Uil sono pronte alla mobilitazione generale. Nell’ambito della Confindustria, toni morbidi trova in questa occasione Cesare Romiti, uno dei «grandi elettori» di D’Amato. In un’intervista a l’Espresso dice: «Le riforme? Vanno realizzate in concordia di intenti. Io cerco di dirlo anche agli amici imprenditori: andiamo avanti con le riforme senza infilare le dita negli occhi al contradditore». Ma la partita resta complessa e l’ipotesi di un «autunno caldo» è tutt’altro che tramontata.