Welfare: Riassetto a ostacoli

10/03/2004




mercoledì 10 marzo 2004

Welfare

Riassetto a ostacoli
Tre progetti dal 2001

      ROMA – L’ennesimo rinvio. Siamo alla terza versione della riforma delle pensioni, ma il traguardo non si vede. E pensare che, non appena arrivato a Palazzo Chigi, nel giugno del 2001, Silvio Berlusconi mette la questione ai primi posti dell’agenda. Un mese dopo il ministro del Lavoro, Roberto Maroni, nomina una commissione di super esperti presieduta dal sottosegretario Alberto Brambilla e affida loro la «verifica». A dicembre, però, il governo presenta un disegno di legge delega che, in buona parte, non tiene conto delle conclusioni della sua stessa commissione. Il provvedimento è imperniato su due misure. 1) Il trasferimento obbligatorio del Tfr (trattamento di fine rapporto) ai fondi di previdenza integrativa. 2) La decontribuzione, ovvero il taglio dei contributi sui nuovi assunti. Piovono critiche autorevoli. L’allora ragioniere generale, Andrea Monorchio, solleva il problema del buco (lo 0,6% del prodotto interno lordo) che si aprirebbe nei conti.
      Maroni ribatte che se venissero meno l’obbligatorietà del trasferimento del Tfr e la decontribuzione «verrebbe meno la riforma».

      E conferma l’obiettivo di far partire il nuovo sistema nel 2002. Ma nella maggioranza i dubbi avanzano. Parte anche la mobilitazione del sindacato. Il cammino della delega ne risente. Alla Camera viene approvata solo il 27 febbraio del 2003. Ma alla fine dell’estate accade l’imprevisto. Dopo aver assicurato per un anno e mezzo che non verranno toccate le pensioni d’anzianità, il governo, con un occhio alle preoccupazioni della Commissione europea, annuncia un emendamento che colpisce proprio i pensionamenti anticipati: vi si potrà ricorrere solo con 40 anni di contributi. È il cosiddetto «scalone», che scatterebbe d’improvviso alla mezzanotte del 31 dicembre 2007.
      Lo scorso 29 settembre, alle 8.30 di sera, Berlusconi si rivolge agli italiani con un discorso televisivo a reti unificate: «Sulle pensioni abbiamo il dovere di intervenire, la situazione è insostenibile». E annuncia l’invio di una lettera a tutte le famiglie per spiegare la riforma. Che sarà approvata entro l’anno, assicura Maroni. Ma l’emendamento, arrivato in commissione Lavoro del Senato a ottobre, marcia a rilento. I sindacati fanno uno sciopero generale il 24 ottobre. I mal di pancia nella maggioranza aumentano e la lettera promessa da Berlusconi resta nel cassetto. L’asse Udc-An prende di mira la riforma. Maroni tenta di resistere: «Sarà approvata entro gennaio». Ma anche questo termine passa invano.
      Siamo a febbraio, alla verifica, al nuovo emendamento. Che non solo riduce lo «scalone» a «scalino» (si potrà andare in pensione con 35 anni di contributi e 60 di età), ma fa molto di più: cancella i due capisaldi della riforma originaria, cioè la decontribuzione e il trasferimento obbligatorio del Tfr. La telenovela è finita? Il governo giura di sì. E per dimostrarlo, la settimana scorsa, ottiene che la delega salti dalla commissione Lavoro direttamente in aula al Senato. Ma subito si capisce che è l’ennesima finta. In aula la delega è approdata, ieri. Ma per pochi minuti. Il tempo di stabilire il rinvio dell’esame al 19 aprile. Tra un mese e mezzo. A due mesi dall’election day di giugno. E con un passaggio ancora da fare alla Camera.
Enrico Marro


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