Welfare: maggioranza ancora con il fiato sospeso

19/11/2007
    lunedì 19 novembre 2007

      Pagina 5 – Economia

        FINANZIARIA

        Arriva il welfare: maggioranza
        ancora con il fiato sospeso

          di Bianca Di Giovanni / Roma

          Dopo la Finanziaria la partita si sposta sul welfare. Dal vertice di maggioranza fissato per domani a Montecitorio si capirà se sono stati sciolti i «nodi» ancora irrisolti, primo tra tutti quello sui lavori usuranti. Quei «nodi» che potrebbero rivelarsi fatali per la tenuta di maggioranza dopo lo strappo di Lamberto Dini e sodali. L’Unione ha ancora una settimana di tempo: dopodiché il testo arriverà in Aula per il voto. La prova alla Camera non è così complicata come al Senato. Ma Dini nel suo discorso al Senato è stato chiaro: non voterò un provvedimento che aumenta la spesa rispetto a quanto già concordato dal governo. Che a Dini pare anche troppo. La somma per il 2008 (un miliardo e mezzo) è già stanziata in Finanziaria. Le risorse servono in minima parte a coprire la parte previdenza, ma anche a rendere strutturale la quattordicesima per i pensionati più poveri (3 milioni di persone) e per il pacchetto giovani (indennità di disoccupazione al 60%, riscatto della laurea, contributi figurativi per i precari) già finanziato a luglio. In ogni caso al Senato i margini per una correzione «da sinistra» sono molto stretti, semmai passerebbero proposte «da destra». Ecco perché è importante che la Camera non invii un testo da riscrivere in troppe parti. Tanto più che a volere una sorta di «blindatura» di quanto concordato a luglio c’è anche la triade confederale, soprattutto dopo il risultato del referendum a cui hanno partecipato 4 milioni di lavoratori. L’uscita di sicurezza del governo potrebbe essere la fiducia o l’inserimento del testo in Finanziaria. Ma la seconda ipotesi non piace molto neanche ai «ribelli» vicini a Dini, se non altro per la presenza di parecchie deleghe nel testo. Non resta che la fiducia.

          L’esecutivo però già si appresta ad utilizzarla per l’altro provvedimento collegato alla manovra: il decreto fiscale. Il provvedimento, che stanzia circa 7,5 miliardi di euro per le infrastrutture e per il bonus alle famiglie incapienti è a rischio decadenza (decade il primo dicembre), se la Camera non riuscirà a vararlo entro venerdì. Il testo infatti deve essere corretto (il bonus incapienti di 150 euro è stato raddoppiato dal voto congiunto Turigliatto-Cdl, ma il raddoppio è senza copertura) e rimandato al Senato per il varo conclusivo. Tempi strettissimi, ma non è detto che l’opposizione consenta un esame rapido. Per questo «la fiducia potrebbe essere necessaria», ha ammesso ieri il presidente della Commisisone Bilancio alla Camera Lino Duilio. Certo è che la maggioranza non può permettersi di far cadere un provvedimento decisivo per i conti e per le politiche sociali. Oltre al bonus incapienti, infatti, il testo prevede anche le risorse (circa 600 milioni) per affrontare l’emergenza sfratti, fondi per Anas e Ferrovie e nuovi fondi ai ministeri che avevano sforato il tetto di spesa previsto dalla Finanziaria dell’anno scorso. Si potrà evitare la fiducia solo se l’opposizione accetterà di ritirare gli emendamenti presentati: si saprà tutto già oggi.

          Sul welfare invece le carte cominceranno a scoprirsi domani. I punti critici sono quattro. Primo la definizione dei lavori usuranti, che verrebbero esclusi dall’aumento dell’età pensionabile. Il «tetto» dei 5mila è stato tolto dal testo al momento della trascrizione del protocollo, cosa che ha fatto arrabbiare Dini. Il governo assicura che il vincolo economico sarà in ogni caso rispettato: si sono stanziati 2,5 miliardi in 10 anni (con un’incidenza diversa da anno a anno) e tanti resteranno. L’eliminazione dello scalone (sostituito da scalini e quote) costa 7,5 miliardi sempre in 10 anni. Si arriva così ai 10 miliardi complessivi per la previdenza, che però sono tutti finanziati da misure interne al sistema: aumento dei contributi per i parasubordinati, una limatura alle pensioni d’oro (sopra i 3.500 euro al mese) che non vengono più adeguate all’inflazione, l’accorpamento degli enti previdenziali, misura che se risulterà inefficace dovrà essere sostituita in subordine da un aumento dei contributi dei dipendenti. Anche le 4 finestre d’uscita per chi ha 40 anni di contribuzione vengono finanziate dall’inserimento delle finestre per la pensione di vecchiaia. Insomma, il sistema si «autoalimenta» ma l’equilibrio finanziario dipenderà molto dalle deroghe previste. La commisisone chiamata a sciogliere il nodo sugli usuranti ancora non ha terminato il suo lavoro. Il sindacato parla di 1 milione e 330mila lavoratori attualmente occupati in attività faticose: turnisti, autisti di bus, notturni, impiegati alla catena di montaggio. Un numero che il governo reputa molto sovrastimato: nessun confronto che i 50mila stimati a luglio. Come dire: le posizioni sono molto distanti. Gli altri punti da valutare riguardano l’abolizione del job on call, osteggiata dai «volenterosi», Udeur e centrodestra. C’è poi la «grana» contratti a termine, con la sinistra (Rc e comunisti) che chiede l’automatismo per l’assunzione dopo 36 mesi. Infine, i servizi all’impiego dove si cerca un’intesa per la delega da dare al governo.