Welfare: il vero scoglio è dove trovare le risorse

23/02/2004

      domenica 22 febbraio 2004
      NUMERI & RIASSETTI

      Ma per il governo il vero scoglio è dove trovare le risorse necessarie

      ROMA – «Vorrei capire a cosa serve, ma soprattutto quanti soldi il governo vuol mettere sul piatto», disse il segretario della Cisl, Savino Pezzotta, il 13 gennaio scorso all’apertura del confronto con il governo sul welfare. Doveva essere una specie di premessa al dibattito, ma non ottenne risposta, e sui tre tavoli aperti dal governo calò subito il gelo. Passate sei settimane, ora che il confronto sul welfare riemerge nell’agenda del governo, la domanda Pezzotta resta la stessa. Ma se possibile quel confronto è diventato ancor più difficile. Se non altro perché nel frattempo il governo ha «sigillato» una riforma previdenziale che incide seriamente sulla spesa sociale. Che invece di aumentare come chiedono i sindacati diminuirà dal 2008, con l’avvio della riforma previdenziale, di 0,7 punti di Pil, ovvero 10 miliardi di euro l’anno. «Per le riforme servono risorse, ma qui non se ne vedono, anzi», dice Morena Piccinini, segretario confederale della Cgil con la delega sul welfare. «La spesa sociale italiana è più bassa di due punti rispetto alla media europea e deve portarsi a quel livello. Non chiediamo certo tutto e subito, noi stessi prefiguriamo una gradualità. Ma non certo tagli, come sta facendo il governo con la riforma delle pensioni» aggiunge la Piccinini. Il segretario della Cisl, Savino Pezzotta, concorda: «Lo stato sociale non si riforma certo tagliando la spesa sociale».
      Che servano risorse ingenti per riformare il welfare lo ammette lo stesso governo. Non a caso per Gianfranco Fini la vera sfida che si apre dopo la partita previdenziale «è quella di creare più ricchezza e avere quindi più risorse per dar vita a un welfare che sia sano non solo perché rispettoso dei vincoli di bilancio, ma anche perché capace di rispondere alla crescente domanda di sicurezza sociale degli italiani».
      Più ricchezza, dunque. E tanta, perché per allineare la spesa sociale italiana (25,3% del pil) a quella media europea (27,6%), è lo stesso Libro bianco del governo sul welfare a dare una dimensione dello sforzo necessario: 28 miliardi di euro. Ed è stato sempre il governo a quantificare in almeno 12 miliardi di euro la spesa che sarebbe necessaria per garantire l’assistenza in famiglia agli anziani non autosufficienti. Nel Dpef dello scorso luglio, il ministro del Welfare, Roberto Maroni, provò almeno a ipotizzare un avvio del programma. Ma servivano 4 miliardi di euro che non c’erano e il progetto venne rimesso nel cassetto.
      Poi c’è il federalismo incompleto, che non garantisce in tutte le Regioni gli stessi livelli di assistenza e, tra i nodi da sciogliere, il problema delle tasse. Per i sindacati il primo sostegno alle famiglie dovrebbe arrivare proprio dal fisco, ma la riforma di Tremonti è in mezzo al guado. «E in ogni caso i nuovi moduli riguarderanno i ricchi» aggiunge la Piccinini. Quest’anno, poi, sarà necessaria un’altra manovra pesante sulla finanza pubblica per centrare il deficit al 2,2% del pil. Serviranno altri tagli per almeno 11 miliardi di euro, senza contare quelli da recuperare in più per sostenere lo sviluppo. Cgil, Cisl e Uil lo sanno benissimo, e anche per questo guardano con scetticismo al rilancio di Maroni.

      Mario Sensini


      Economia