Welfare, il premier chiama i ministri ribelli

10/10/2007
    mercoledì 10 ottobre 2007

    Pagina 3 – Economia

      Contatti con Ferrero, Bianchi, Mussi e Pecoraro Scanio per evitare lo scontro al Consiglio dei Ministri di venerdì

        Welfare, il premier chiama i ministri ribelli
        e strappa solo la promessa dell´astensione

          Il presidente: "Abbiamo un patto con le parti sociali, dobbiamo rispettarlo"

          CLAUDIO TITO
          ROMA
          «Ma cosa state facendo?». Lunedì sera, Romano Prodi è ancora ad Astana in Kazakistan. I colloqui per l´impianto Eni sono appena finiti. Il premier si immerge di nuove nelle vicende italiane, nel Protocollo sul welfare che venerdì arriverà all´esame del consiglio dei ministri e chiama uno ad uno tutti i segretari della sinistra radicale. La tensione è alta. Il confronto nella maggioranza è nervoso. Mentre i lavoratori si esprimono nel referendum, infatti, i partiti della sinistra radicale alzano il tiro: «Quel testo non lo votiamo». Il Professore cerca di mediare. Li avverte che un voto contrario farebbe esplodere l´esecutivo. Ma non c´è niente da fare: Alfonso Pecoraro Scanio cerca di minimizzare, ma chiede «modifiche», Fabio Mussi vuole un «impegno formale» ad apportare dei ritocchi. Ma dai "big" di Prc e Pdci arriva la risposta più dura: «Così non ci stiamo». Solo una concessione: non ci sarà un no ufficiale che aprirebbe di fatto la crisi di governo ma una astensione tecnica, una «non partecipazione al voto».

          Ieri un altro giro di telefonate. Il presidente del consiglio risponde per le rime ad Almunia e poi si rimette a tessere la tela della coalizione. Sapendo che l´altolà della Ue inibisce pure le correzioni al Protocollo. «Abbiamo un patto con le parti sociali – ripete con una punta di irritazione ai suoi interlocutori – e lo rispetteremo. Noi non possiamo cambiarlo. Sarebbe inspiegabile. Soprattutto se il testo viene approvato dal referendum». Insomma, è pronto ad arrivare al redde rationem in consiglio dei ministri. Anche a costo di «andare alla conta». Tant´è che Cesare Damiano, il ministro del lavoro, allo stato ha messo a punto un solo emendamento – sui contratti a termine – concordato con i sindacati: il limite dei 36 mesi potrà essere superato solo se il lavoratore sarà assistito non da un sindacalista tout court, ma da un rappresentante delle organizzazioni sindacali riconosciute. In sostanza, solo le principali sigle.

          Ma la risposta degli alleati per il momento non cambia. Attendono risposte pure sullo staff leasing, sulla detassazione degli straordinari e sulla platea dei lavori usuranti. Il segretario di Rifondazione Giordano e quello dei Comunisti italiani Diliberto, infatti, non recedono. Lo sguardo è rivolto anche alla manifestazione del 20: «La nostra gente ci travolgerebbe. Ci fischierebbe». Anche a Palazzo Chigi, però, sanno che prima di quella data, difficilmente l´ala sinistra della coalizione avallerà il Protocollo. Giordano punta tutto sulle modifiche in Parlamento. Spera che il testo approdi alla Camera, dove effettuare le correzioni, per poi porre al Senato la fiducia.

          Un percorso che non tranquillizza affatto il Professore. La possibile astensione in consiglio dei ministri potrebbe scatenare la reazione dei centristi. Già in occasione della Finanziaria, Clemente Mastella fece sapere che lui avrebbe votato la manovra solo all´unanimità. Soprattutto Prodi teme il passaggio a Palazzo Madama: se venissero accettate le proposte correttive, «cosa farà Dini?». La falla, insomma, rischia di aprirsi al centro. «In presenza di modifiche non concordate con le parti sociali – ha fatto sapere proprio Lambertow – noi non daremo il nostro voto».

          Il pressing di Palazzo Chigi sui leader della sinistra è senza pausa. E qualche effetto l´ha prodotto. La "cosa rossa", che si vedrà giovedì in un vertice ristretto per concordare una linea comune, rischia adesso di presentarsi spaccata. I Verdi non vogliono affondare il colpo e sperano in una «disponibilità» del Professore. Ma le difficoltà più consistenti riguardano la Sinistra Democratica, la cui base è in larga parte composta da iscritti alla Cgil. Mussi vuole un «impegno formale» che Prodi non può dare ma per Sd non sarà facile schierarsi contro un accordo firmato da Epifani.

          La distanza potrebbe poi acuirsi proprio dopo il referendum tra i lavoratori e la manifestazione del 20 ottobre. Il segretario del Prc, ad esempio, ha già avvertito che i risultati dovranno essere interpretati: «vediamo come votano nelle fabbriche». Un modo per dire che il "no" degli operai avrà un peso specifico particolare.

          Senza contare che un´altra mina rischia di esplodere al prossimo consiglio dei ministri. Se verrà messo in discussione il pacchetto sicurezza di Amato, avvertono dalle parti della sinistra radicale, «tutto sarà più difficile».