Welfare: Francia, Germania, Austria

04/09/2003




giovedì 4 Settembre 2003

FRANCIA
La riforma varata a fine luglio da Raffarin
segna la fine di tutti i privilegi pubblici
PARIGI
Approvata a fine luglio dopo due mesi di furibonda battaglia parlamentare contro socialisti e comunisti e un’ondata di scioperi (soprattutto in scuole e trasporti) che all’inizio hanno paralizzato il paese ma poi s’è però via via smorzata, la riforma delle pensioni del governo Raffarin prevede fondamentalmente l’equiparazione tra i dipendenti pubblici e quelli privati: finisce così il privilegio dei 37,5 anni per i lavoratori del «service publique». Gli uni e gli altri andranno in pensione dopo 40 anni di contributi.
L’età «legale» per andare in riposo resta fissata a 60 anni (la proposta iniziale del governo era più «forte» e fissava questa soglia addirittura a 65 anni), ma la riforma prevede slittamenti progressivi: a partire dal 2008 i contributi dovuti aumenteranno di un trimestre per anno e così nel 2012 si andrà in pensione dopo 41 anni di lavoro. Dopodiché la durata della contribuzione sarà adeguata all’«evoluzione delle condizioni demografiche, economiche e sociali».
Pur restando ferma a 60 l’età «legale» della pensione, gli imprenditori del privato non potranno più mettere a riposo d’ufficio i lavoratori prima dei 65 anni. I salariati che hanno cominciato a lavorare tra i 14 e i 16 anni, potranno andare in pensione prima del compimento dei 60 anni, solo se hanno contributi per almeno 42 anni. Anche gli handicappati avranno la possibilità di andare a riposo prima dei 60.
La riforma prevede anche un meccanismo di bonus/malus per incentivare i lavoratori a ritardare il ritiro dal lavoro. Nel settore privato, fino al 2004, è previsto il taglio del 10 per cento delle pensioni per ogni anno di contributo che manca per arrivare alla soglia dei 40 anni. Dopo il 2004 e fino al 2013, il taglio sarà del 5 per cento per anno. Nel pubblico i disincentivi saranno introdotti solo a partire dal 2006: 2,5 per cento per ogni anno mancante; dal 2010, 5 per cento di riduzione. Chi invece deciderà di rimanere in servizio oltre i 60 anni di età e i 40 di contributi, acquisterà una maggiorazione della pensione del 3 per cento per ogni anno lavorato in più.
La riforma varata dal governo Raffarin prevede anche di garantire il reddito per i lavoratori non specializzati: la pensione non potrà essere inferiore all’85 per cento del salario minimo, poco meno di mille euro dopo 40 anni di lavoro.


GERMANIA
Anche Berlino prepara il suo giro di vite:
dal 2011 si resta al lavoro molto più a lungo
BERLINO
Il progetto di riforma del sistema pensionistico tedesco è stato recentemente presentato al governo Schroeder dall’economista Bert Ruerup, che alla guida di una commissione di esperti ha lavorato per nove mesi alla stesura delle proposte. Il punto più controverso del rapporto di 380 pagine è il suggerimento di aumentare da 65 a 67 anni l’età della pensione a partire dal 2011; ma sia il superministro dell’Economia Wolfgang Clement, sia lo stesso cancelliere hanno espresso le loro perplessità: «Il problema – ha osservato Clement – non è aumentare l’età da 65 a 67, ma evitare che la maggior parte dei lavoratori vada in prepensionamento a 60 anni anziché raggiungere il tetto dei 65, come accade in realtà». Tra le altre proposte della Commissione Ruerup, quella di diminuire il livello di retribuzione dal 48 al 41,6 per cento da qui al 2030 e di arrivare nel lungo termine «a una proporzione tra pensione statale e pensione privata di 70 a 30 (in America è di 50 a 50)».
Il ministro della Sanità e Affari Sociali Ulla Schmidt ha invitato tuttavia a non enfatizzare il dibattito sull’innalzamento dell’età pensionabile: «Chi ha oggi 55 anni non deve avere paura – ha detto il ministro – Non si tratta di elevare l’età pensionabile nei prossimi anni ma in una prospettiva di oltre 30 anni, e comunque sono d’accordo con la Commissione riguardo alla necessità di mettere un freno ai prepensionamenti». Il ministro ha inoltre assicurato che il governo tiene fede all’impegno di mantenere stabile al 19,5% nel 2004 i contributi pensione. Alla luce del calo delle entrate per la cattiva congiuntura, gli enti assicurativi aveva detto che i contributi
dovranno essere aumentati l’anno prossimo ad almeno il 19,9%. «Un livello più alto dell’età pensionabile – ha spiegato Ruerup nel presentare il rapporto della Commissione – e l’elemento della
sostenibilità legato al fattore demografico nell’adeguamento delle pensioni serviranno a contenere l’aumento dei contributi». Compito dal governo, a questo punto, è analizzare a fondo le proposte elaborate dagli esperti della Commissione e farne la bozza preparatoria per un disegno di legge. «Non si parla di una realizzazione delle proposte di Ruerup in scala uno a uno» ha affermato il ministro Schmidt «Ma certamente il contributo offerto dai tecnici sarà di grande aiuto all’elaborazione di un testo politico».


AUSTRIA
La prima mossa del nuovo cancelliere:
penalità pesanti per chi lascia in anticipo
VIENNA
Nonostante le proteste massicce da parte di sindacati e opposizione in Austria è entrata in vigore il 21 agosto scorso la riforma delle pensioni, che non conosce uguali nella storia del sistema sociale austriaco. L’intervento del governo liberal-conservatore guidato dal cancelliere cristiano-democratico Wolfgang Schuessel si è mosso sin dall’inizio nella direzione di un contenimento della spesa pensionistica. Mentre nel 2002 il 10,5 per cento del prodotto interno lordo era stato utilizzato per finanziare le pensioni pubbliche, la riforma approvata nel giugno scorso stabilisce un progressivo aumento dell’età pensionabile da 60 a 65 anni, e prevede sanzioni sui prepensionamenti. Dal 2004 in poi chi sceglie di andare in pensione anticipata subirà dunque tagli della pensione del 13,5 per cento, quota che fino al 2007 potrà arrivare fino al 16,5 per cento.
È stata decisa inoltre una modifica sostanziale delle pensioni d’anzianità: non si potrà più accedere alla pensione completa dopo 40 anni di contributi, bensì solamente dopo 45. In Austria, lo ricordiamo, la pensione corrisponde a circa l’80 per cento della media del proprio stipendio. E il governo prevede, in futuro di diminuire la percentuale, calcolata oggi tenendo conto dei quindici anni in cui lo stipendio è stato più elevato.
L’opposizione socialdemocratica accusa il governo Schuessel di voler risanare i conti pubblici a scapito dei pensionati, mentre si dovrebbero prendere in considerazione anche altri progetti di spesa pubblica, ad esempio la riduzione dei sussidi o i tagli alle imprese. Ma i numeri non lasciano dubbi sulla necessità di riformare il sistema pensionistico austriaco: l’aliquota è fra le più alte in Europa e gli austriaci versano il 22,8 per cento del proprio reddito nella cassa pensioni (contro il 19,5 cento dei tedeschi). Se l’attuale sistema non fosse modificato si rischierebbe di arrivare ad un’aliquota di oltre il 40 per cento, che andrebbe ad aggravare il già pesante regime di tassazione (le imposte e altri contributi sul reddito ammontano già al 44,6 per cento). Le riforme del governo Schuessel hanno segnato l’incrinarsi del principio della collaborazione sociale («Sozialpartnerschaft»), pilastro essenziale della politica austriaca, che fino a ieri aveva concesso alle parti sociali una vasta autonomia nelle diverse fasi della concertazione