Welfare e sanità fatti a pezzi le famiglie sempre più sole

19/05/2004

 
 
    Pagina 11 – Cronaca
 
 
    LA SOCIETA´
    Due milioni e mezzo di coppie povere, tagli ai servizi assistenziali: vince la privatizzazione
    Welfare e sanità fatti a pezzi le famiglie sempre più sole
    Si è allargato il divario tra le diverse zone del Paese: al Nord si stanziano per il "sociale" 114 euro ogni 1000 abitanti mentre al Sud soltanto 83
    Le città percepiscono i bisogni dei deboli, tanto che la spesa per le prestazioni sociali nei comuni è salita in 4 anni del 52 per cento
    Il 36 per cento delle madri ammette di non riuscire a conciliare l´impegno lavorativo con la cura dei figli Asili nido assenti

    GIANCARLO MOLA


    ROMA – L´altra faccia dell´Italia che arranca appartiene ai due milioni e mezzo di famiglie povere. Ai malati – soprattutto anziani – che devono sostenere sempre più sulle spalle il peso delle cure sanitarie. Alle donne che non riescono a conciliare maternità e lavoro, che vorrebbero mandare i figli negli asili nido, se solo ci fossero, se solo costassero meno. È l´Italia di quelli che non ce la fanno a camminare sulle proprie gambe, che chiedono sostegno ad uno stato sociale che è già cambiato. Un Welfare che l´Istat descrive con quattro tendenze: la privatizzazione, la dispersione, la frammentarietà, la disomogeneità regionale.
    Si paga di più per servizi che un tempo erano gratuiti o poco costosi, tanto per cominciare. In dieci anni le famiglie hanno versato più del doppio per la sanità: dai 10 miliardi di euro del 1991 si è arrivati ai 22 miliardi del 2001, con un peso della spesa privata su quella totale salito dal 17,3 al 22,6 per cento. Nel frattempo la sanità pubblica ha stretto la cinghia: in cinque anni i posti letto negli ospedali sono passati da 56 a 43 per diecimila abitanti. Tagli solo in parte compensati dall´aumento delle attività di day hospital, di assistenza domiciliare e di ambulatorio. «Si assiste – spiega l´Istat – a una privatizzazione del sistema, dal lato dell´erogazione dei servizi e da quello della spesa sostenuta».
    Eppure la domanda di servizi è in aumento. «Non disponiamo di indicatori utili a quantificarla con precisione», ammettono all´Istituto. Resta il fatto che la presenza di due milioni e mezzo di famiglie povere (e di un milione e ottocentomila nuclei «quasi poveri») testimonia un disagio forte. Che lo stato sociale fa fatica a contrastare. Le responsabilità, negli ultimi anni, sono infatti state spezzettate tra istituzioni centrali, regioni, comuni e organizzazioni private. Eccole, «dispersione» e «frammentarietà», invocate dall´Istat: le competenze sono «a volte distinte, altre volte contigue, altre ancora in parte sovrapposte e tali per cui non risulta immediatamente chiaro chi è responsabile, fino a che punto e quanto a lungo per i servizi e per le prestazioni erogate nelle diverse regioni italiane».
    Le città sono le prime a percepire i bisogni dei deboli. Tanto è vero che fra il ?98 e il 2002 la loro spesa per prestazioni sociali (mense nelle scuole, asili nido, assistenza agli anziani e ai poveri) è cresciuta, nonostante le difficoltà di bilancio, del 52 per cento arrivando a 5,8 miliardi di euro. Anche in questo caso, la carenza di fondi è stata in parte compensata alzando i prezzi dei servizi o affidando gli appalti all´esterno. I costi per i cittadini sono cresciuti in totale del 24 per cento. In sostanza oggi un quinto dei servizi sociali è pagato direttamente dagli utenti. A condizione che ci siano, i servizi. Che il comune possa permetterseli. Le differenze territoriali sono infatti diventate enormi. E se al Nord si spendono per il sociale 114 euro ogni mille abitanti, al Centro si arriva a 106 mentre al Sud (dove è concentrato il 66% delle famiglie povere) si precipita a quota 83.
    Non stupisce dunque che pezzi consistenti di società italiana finiscano per trovarsi ai margini del welfare. Le famiglie numerose, per esempio: un quarto dei nuclei con tre o più figli si trova sotto la soglia di povertà e nelle Regioni meridionali la percentuale sale al 31,8 per cento. Poi ci sono gli anziani: poveri – se vivono in coppia – nel 15,7 per cento dei casi (nel 32,5 se abitano nelle regioni meridionali).
    Non c´è solo la povertà, ovviamente, a segnare la crisi del welfare italiano. C´è la difficoltà di arrivare alla fine del mese (14 famiglie su 100 fanno fatica a pagare l´affitto, 9 su 100 non riescono a pagare le bollette o acquistare i vestiti). Ma c´è anche l´incapacità oggettiva a conciliare famiglia e lavoro. Che riguarda soprattutto le donne. Il 36 per cento delle nuove madri ammette infatti di non poter quadrare il cerchio. Il problema è sempre quello: a chi lasciare i figli durante la giornata? Solo due bambini su dieci frequentano il nido. Non sempre è una libera scelta: quasi tre madri si dieci manderebbero volentieri i bimbi all´asilo a condizione che ci fossero posti o strutture disponibili e che le rette fossero meno onerose.
    Alla ritirata dello stato sociale fa eco però l´avanzata del non profit, che sta letteralmente esplodendo. In cinque anni le associazioni di volontariato sono aumentate del 56%, le cooperative sociali del 18. L´esercito dei volontari conta ormai quattro milioni di persone. Un segnale di vitalità, che però va letto con prudenza. «È sicuramente una buona notizia, che dimostra che gli italiani sono capaci di reagire alle difficoltà», spiega Edo Patriarca, portavoce del Forum permanente del Terzo settore. «Ma attenzione – aggiunge – a non eccedere nell´entusiasmo: quello che conta davvero è verificare se i servizi offerti dal non profit sono aggiuntivi rispetto a quelli erogati dallo stato oppure semplicemente sostitutivi. L´impressione è purtroppo che spesso si vada in questa seconda direzione. Senza far fare al Paese veri passi avanti».