Welfare dei figli, Angeletti apre alla «riforma possibile»

09/02/2010

Tiraboschi: ma il lavoro non si crea per legge, più formazione
La proposta del giuslavorista Pietro Ichino di riscrivere le regole del lavoro per i figli, oggi penalizzati rispetto ai padri, divide il mondo del lavoro. Il segretario della Uil Luigi Angeletti la condivide ritenendola una «soluzione intelligente e praticabile» e una idea «moderna che rende più efficiente il mercato e difende sul serio le persone». Seguita, per il sindacalista Uil, da una «attenta riforma dei sistemi di protezione nel momento in cui si perde l’impiego puntando sulla sussidiarietà e sul coinvolgimento delle associazioni territoriali». Ma né la Cgil, né il consulente del ministero del Welfare e allievo di Marco Biagi, Michele Tiraboschi, seguono Ichino. Naturalmente da due punti di vista diversi.
Susanna Camusso, segretario confederale della Cgil, crede che in Italia ci sia «un eccesso di legislazione» e che l’approccio giusto sia quello della semplificazione. Possibile, si chiede la sindacalista, che siamo l’unico Paese al mondo ad avere 45 tipologie contrattuali diverse? Semplificare, per la Camusso, significa ridurre il menù a tre situazioni base: il contratto a tempo indeterminato; l’apprendistato legato alla formazione; i contratti a termine solo per la stagionalità come era una volta. «Il fatto che in questi anni – spiega Susanna Camusso – si sia fatta avanti la convinzione che sia vincente la diminuzione dei diritti e dei salari è profondamente sbagliata e la prova è arrivata con la crisi: di certo l’articolo 18 non impedisce alle imprese di licenziare».
Il ragionamento di Michele Tiraboschi parte dalla forte asimmetria tra i profili professionali richiesti dalle aziende e quelli offerti dai giovani. «Ci sono moltissime imprese che vorrebbero assumere giovani anche a tempo indeterminato – afferma il professore di diritto del Lavoro all’università di Modena – ma non trovandoli li prendono con contratti precari per avere il tempo di prepararli». Per Tiraboschi la proposta di Ichino «lascia il tempo che trova, perché resto convinto che non sono le leggi a creare il lavoro, ma gli investimenti nel sapere e nella conoscenza». Un’altra «falla» nella costruzione giuridica di Ichino, secondo il consulente, risiede nel contratto unico fino a tre anni entro i quali il giovane può essere mandato a casa. «Lascia spazio a troppi abusi – spiega – e poi è uguale per tutti, tende all’appiattimento e non valorizza i bravi».