Welfare caos: il Prc incalza, stop di Damiano

08/10/2007
    domenica 7 ottobre 2007

    Pagina 5 – Primo Piano

      FINANZIARIA
      SCONTRO APERTO

        Welfare caos
        Il Prc incalza,
        stop di Damiano

          Letta: “No a modifiche unilaterali”
          Bonanni: “Da Rifondazione un ricatto”

            ALESSANDRO BARBERA

            ROMA
            Di fronte al comitato politico del suo partito, Giovanni Russo Spena pronuncia la parola fatale tre volte: «Per noi il governo resta un mezzo e non un fine. Se dovesse diventare un fine, per noi sarebbe la fine. Se il governo non cambierà il protocollo Damiano, dovremo trarne le necessarie conseguenze». In serata, a precisa domanda su quali potrebbero essere le citate conseguenze, il capogruppo in Senato di Rifondazione comunista corregge il tiro: «C’è un confronto serrato. Il gioco del cerino lo lascio fare al collega Lamberto Dini il quale a mio avviso si prepara alla trappola: lo vedo già sulla frontiera del centro-destra». E così, se la sinistra della coalizione alza il tiro, la destra anche. «La modifica della norma sui lavori usuranti non la voto», dice Dini alla Stampa. «Posso essere disponibile a un intervento di cosmesi, ma solo se ci fosse l’accordo delle parti sociali. Perché io, a differenza di altri, ho rispetto del sindacato». Il socialista Boselli è sulla stessa lunghezza d’onda: «Se si smonterà e si rimonterà il pacchetto non ci saranno in campo solo le proposte dell’estrema sinistra, ma anche le nostre».

            Caso Welfare, ultimo atto. Il protagonista è sempre l’accordo che rivede lo «scalone» Maroni delle pensioni a favore di alcuni «scalini» (nel 2008 si andrebbe in pensione non più a 60 ma 58 anni) e introduce qualche novità nel mercato del lavoro. Per Rifondazione il protocollo va modificato almeno in tre punti: abolizione dello staff leasing, tetto di tre anni al lavoro precario, rimozione del tetto di 5 mila pensioni annue per i lavori usuranti. Il governo ha deciso il rinvio dell’approvazione in Consiglio dei ministri (passo preliminare per farlo approdare in Parlamento) al 12 ottobre. Prodi ha detto che in quella sede non si cambierà ma aggiungendo che «il Parlamento è sovrano». I sindacati, già alle prese con il referendum fra i lavoratori (si comincia oggi), ipotizzano modifiche solo se le parti firmatarie (governo, sindacati e imprese) lo vorranno. Il governo sembra fermo: «I patti vanno rispettati – dice Cesare Damiano -. Quando si sottoscrive un protocollo con 40 parti sociali si deve mantenere la rotta stabilita e noi lo faremo. Ognuno ha la libertà di esprimere le sue opinioni, ma il governo deve avere un comportamento lineare». «Modifiche unilaterali non se ne possono fare», aggiunge il sottosegretario Enrico Letta. Intanto però spunta un’ipotesi di compromesso sul punto più controverso: il tetto delle cinquemila esenzioni per lavori usuranti potrebbe essere sostituito da una verifica fra tre o cinque anni del numero di trattamenti. «E’ difficile quantificare oggi il numero delle esenzioni, così come il loro costo», spiega l’ex ministro Treu. la commissione che dovrebbe individuare la platea dei possibili beneficiari non si è mai riunita.

            L’attivismo di Rifondazione intanto infastidisce i Verdi: «Non abbiamo gradito che venerdì siano andati da soli a parlare del tema con Prodi». Alfonso Pecoraro Scanio (che è anche ministro dell’Ambiente), rompe o quasi il fronte della sinistra “radicale”: «Garantiamo attenzione alla manifestazione del 20 ottobre contro la legge Biagi ma senza adesione al corteo». Se Rifondazione minaccia di non votare il provvedimento in Consiglio e Mauro Fabris dell’Udeur già la immagina come «la pietra tombale sul governo», il sottosegretario (dei Verdi) all’Economia Paolo Cento propone una più cauta «astensione». «Quello di Rifondazione è un atteggiamento ricattatorio», si sfoga il leader Cisl Bonanni. E il numero uno di Confindustria Montezemolo ribadisce che per lui «il protocollo non si cambia».

            Stando così le cose, venerdì prossimo il protocollo verrà approvato senza modifiche e lo scontro è rimandato alla discussione in Senato. I vertici di Rifondazione temono per allora di trovarsi fra le mani il cerino che loro stessi hanno acceso. A meno che nel frattempo a spegnerlo non intervenga un soffio di Prodi.