“Wal-Mart” «Solo dipendenti in ottima salute»

08/11/2005
    domenica 6 novembre 2005

      Pagina 9

      INCHIESTA

        «Solo dipendenti in ottima salute»
        Lo ordina Wal-Mart

          Un film di denuncia e una settimana di mobilitazioni contro il gigante Usa

            Robert Greenwald, il regista che ha già puntato la videocamera sullo strapotere di Murdoch, racconta nel suo film «L’alto costo dei prezzi bassi», un atto di accusa contro la società che sfrutta 1,2 milioni di dipendenti e inganna i clienti. I sindacati si preparano a entrare in una realtà «proibita»

              ANDREA ROCCO

                Sono 400 le organizzazioni di consumatori, ambientaliste e sindacali che dal 13 al 19 novembre daranno vita alla Higher Expectation Week, una settimana di mobilitazione contro Wal-Mart, il gigante delle vendite al dettaglio e maggiore datore di lavoro di tutti gli Stati uniti. Wal-Mart è decisamente tornato ad essere sotto i riflettori, in un anno che ha visto un crescendo di cattive notizie per la mega-corporation (anche se i dati sulle vendite in ottobre diffuse ieri parlano di un aumento tra il 3 e il 5%). E sono anche le luci degli schermi ad accendersi, perché non casualmente la settimana contro Wal-Mart, coordinata dai due gruppi Wal-Mart Watch e Wake Up Wal-Mart, coincide con il lancio del documentario di Robert Greenwald The High Cost of Low Price («L’alto costo dei prezzi bassi»), un durissimo atto d’accusa contro la società di Bentonville, Arkansas, costruito sulle testimonianze di lavoratori, o «associati», come li definisce Wal-Mart, della catena di grandi magazzini, di proprietari di piccoli negozi gettati sul lastrico dall’arrivo nella loro zona del «Big Box», lo scatolone di merce a basso costo che è Wal-Mart, di attivisti sindacali, di semplici consumatori e di qualche ex-dirigente «pentito».

                  Il documentario di Greenwald, noto per aver affrontato lo strapotere di Murdoch in Outfoxed, sarà accompagnato da oltre 3000 feste domestiche per vedere l’opera, che verrà distribuita inizialmente in un numero limitato di sale statunitensi, ma che può essere già acquistato via Internet o nei negozi. Non in quelli Wal-Mart, naturalmente. Anche se un’idea di quanto diffusa sia la protesta e l’ostilità contro Wal-Mart e di quanto questo dia vita ad azioni «esemplari» o «di base», è data dal fatto che in almeno due grandi magazzini Wal-Mart sono stati clandestinamente inserite nei Dvd del reparto elettrodomestici (collegati ad apparecchi tv) copie del trailer del film di Greenwald, per la visione di divertiti clienti e di allibiti impiegati Wal-Mart (un video di quest’azione esemplare è sul sito www.walmartmovie.com).

                    Ma il documentario è stato solo uno dei catalizzatori della protesta, in un anno che ha visto le cattive notizie per Wal-Mart accumularsi giorno dopo giorno. Limitiamoci a fatti recentissimi. A ottobre un ispettore generale dell’amministrazione federale americana, dopo una lunga ed accurata indagine scopre un accordo segreto siglato lo scorso gennaio tra Wal-Mart e il ministero del lavoro Usa. L’accordo costituisce un colpo di spugna sulle accuse portate contro Wal-Mart per violazioni delle leggi sul lavoro minorile (in tre stati Usa, non in Cina o in Pakistan). Nelle parole di questo alto funzionario si legge che l’accordo «viola seriamente le normali procedure del Ministero del Lavoro e dà vita a un patto molto diverso da altri precedenti e ha portato significativi benefici a Wal-Mart, indebolendo parallelamente la futura capacità del governo federale di controllare le violazioni delle leggi sul lavoro a Wal-Mart».

                      1° Novembre 2005: un giudice di Contea del Missouri riconosce lo status di class action a una causa intentata da un gruppo di impiegati saltuari contro Wal-Mart nel 2001. La causa riguardava continui abusi sui dipendenti, ai quali era fatto obbligo di lavorare oltre l’orario senza compenso per gli straordinari ed erano negate le pause pranzo e le altre interruzioni previste dai contratti. Se le accuse verranno confermate in sentenza, da 160 a 200 mila impiegati ed ex-impiegati potranno unirsi alla class action e chiedere alla compagnia fondata da Sam Walton sostanziose somme di denaro.

                        Ma il disastro senza dubbio peggiore è stata la pubblicazione (ottobre 2005) di un rapporto interno della società sul tema dell’assistenza medica. Il rapporto redatto da Susan Chambers, che ha la carica di «Executive Vice President for Benefits», con l’assistenza di quelli che passano per i geni del capitalismo globale, i consulenti strategici della McKinsey, arriva in una busta anonima nella cassetta delle lettere di Wal-Mart Watch. Ed è devastante. In esso la Chalmers e i McKinsey-boys suggeriscono di liberarsi di un bel mucchio di impiegati fissi facendoli diventare part-time, di assumere solo impiegati atletici e in buona salute, introducendo mansioni fisiche anche per i cassieri, e di liberarsi di impiegati più anziani e di salute incerta. Il rapporto riconosce elementi che i critici di Wal-Mart avevano sempre sostenuto, è cioè che quasi la metà dei figli dei dipendenti Wal-Mart, o sono privi di assistenza medica, o sono iscritti a quella «per poveri» pagata dal contribuente. Ma aldilà delle malthusiane ricette per ridurre i costi sanitari, quello che disturba nel rapporto sono i suggerimenti su come ingannare pubblico e media e apparire un’azienda «progressista» e «attenta ai bisogni della comunità». Il danno è ancora maggiore, in quanto le rivelazioni arrivano dopo una campagna di pubbliche relazioni proprio sull’assistenza sanitaria, primo risultato della creazione di una War Room, di una sala di guerra (le metafore belliche hanno gran successo in America) dove Wal-Mart ha riunito i migliori cervelli della comunicazione, delle pubbliche relazioni (l’agenzia Edelman) e del crisis management. Il New York Times, tra il divertito e l’ammirato ha raccontato la settimana scorsa come funziona questa macchina da guerra, composta da veterani di campagne elettorali, da quelle di Reagan a quelle di Clinton, alla conquista del «centro» (anche qui!) dell’opinione pubblica, quegli swing voters che possono determinare l’esito dello scontro. Da qui sono già partiti gli attacchi al film di Greenwald. E da qui dev’essere partita l’idea di fare un sito dedicato all’immagine di Wal-Mart (www.walmartfacts.com), la cui home page sembra presa da un manuale di political correctness: si va dall’illustrazione del grande magazzino «sperimentale», creato per «migliorare la sostenibilità ambientale» e certificato da un’organizzazione verde, alla raccolta di fondi per le vittime dell’uragano Katrina, alla donna-manager testimonial (Wal-Mart è stato più volte accusato di discriminazione contro le donne), fino ad arrivare ai risultati dello studio di impatto economico di Wal-Mart, di cui vengono enfatizzati i «2329 dollari all’anno risparmiati da ogni famiglia di lavoratori americani che fanno la spesa dal Wal-Mart».

                          Lo studio del Global Insight

                            Un’idea, quest’ultima, che viene sempre dalla War Room e che rappresenta il tentativo più serio di rispondere alle accuse di devastazione dei tessuti economici e sociali di città e suburbs dove arriva la grande catena. Uno studio apparentemente accurato, affidato all’istituto Global Insight che ha richiesto la collaborazione di fior di accademici.

                              Il problema per Wal-Mart è che lo studio, proprio perché pensato con un minimo di indipendenza, ha già prodotto risultati sgraditi. Anche da parte di economisti conservatori o comunque non ostili alle corporations. La maggioranza di loro, stando ai risultati preliminari, conferma il punto centrale degli attacchi a Wal-Mart: quando la catena apre un nuovo punto vendita, in quell’area i salari medi dei lavoratori dipendenti scendono dal 3 al 5 per cento. E non sembra che almeno per ora gli sforzi dello «Stato maggiore» walmartiano abbiano prodotto altri grandi risultati. Un recentissimo sondaggio su America On Line (con tutte le cautele sulla scientificità di queste operazioni), al quale hanno partecipato oltre 145.000 cittadini ha rilevato che il 67% crede alle accuse dei critici e solo il 33% alla difesa di Wal-Mart e che il 55% crede che Wal-Mart sia dannoso per l’America. Non aiuta certo l’immagine il fatto che a dirigere la War Room sia stato chiamato Robert McAdam, repubblicano di ferro ed ex-stratega di uno dei settori considerati più «mendaci» e corrotti dal pubblico Usa, quello delle industrie del tabacco.

                                Il sindacato si prepara

                                  In realtà, questi scontri sottolineano un fatto importante. La centralità della battaglia intorno a Wal-Mart ha una ragione d’essere nel fatto che Wal-Mart si trova al centro di snodi politici e sindacali. Il sindacato che non vi ha mai messo piede, sta però facendo le prove generali per un attacco in grande stile, giudicato oggi ancora prematuro. Sindacalizzare gli 1,2 milioni di lavoratori Wal-Mart significherebbe un aumento dell’8% dei lavoratori sindacalizzati e il rovesciamento di una tendenza ormai ventennale al declino. Non a caso sono due sindacati dissidenti, usciti recentemente dall’Afl-Cio a condurre la battaglia e ad avere ideato Wal-Mart Watch (la Service Employees International Union di Andy Stern) e Wake Up Wal Mart (la United Food and Commercial Workers International Union). E a sperimentare innovative forme di lotta come la campagna di boicottaggio degli articoli da scuola venduti da Wal-Mart e organizzato con il sostegno del sindacato insegnanti. Oppure la vendita di dolcetti di Halloween fuori dai negozi per finanziare l’acquisto di polizze di assicurazione medica per dipendenti Wal-Mart che ne sono privi.

                                    Ma lo snodo è anche politico. Intorno ai guai di Wal-Mart sembrano riprendere fiato temi, come quello dell’assistenza medica e dei diritti dei lavoratori che sembravano essere stati espulsi dal discorso politico americano (da entrambi i partiti) e che oggi tornano di grande attualità.