Wal Mart in Italia, allarme dei sindacati

01/12/2004

    mercoledì 1 dicembre 2004

      Wal Mart in Italia, allarme dei sindacati

        L’interesse per Esselunga. Il modello basato su salari ridotti e lavoro stagionale

          «Non facciamo mai riferimento a singoli obiettivi». Da Wal Mart, il colosso americano (e mondiale) della grande distribuzione, non esce niente di più. Un «no comment» identico a quello espresso più volte nei mesi scorsi, ribadito ieri dopo che sono tornate a circolare indiscrezioni su un accordo ormai vicino per acquisire la catena italiana Esselunga. «Vogliamo crescere e l’Europa è un’area cui siamo molto interessati» si limita ad aggiungere il gruppo Usa. E, dal canto suo, la famiglia Caprotti, alla quale fa capo Esselunga, ha ripetuto due giorni fa, durante un incontro con i sindacati, che non ci sono ipotesi di cessione in vista.

          Eppure, il dossier Wal Mart-Esselunga continua a tenere banco fra gli addetti ai lavori. Fonti citate ieri da Finanza & Mercati dicono anzi di una «promessa di vendita» siglata la scorsa estate, e di un’intesa definitiva che potrebbe arrivare addirittura la prossima settimana. «Siamo molto preoccupati dall’ipotesi di un nuovo ingresso straniero in un settore dell’economia italiana in cui già si parla sempre più francese e tedesco», ammette Marinella Meschieri, segretaria nazionale della Filcams, il sindacato per il terziario della Cgil. Negli ultimi dieci anni, infatti, lo scenario nazionale della grande distribuzione, dai supermercati ai minimarket fino ai centri commerciali, ha subìto un radicale mutamento. Uno dopo l’altro, molti gruppi italiani hanno gettato la spugna. Tanto che ora, secondo un’indagine dell’Università Bocconi, le catene straniere hanno in mano il 25,5% di tutti i punti vendita sul territorio nazionale, il 32,4% della superficie di vendita complessiva, e controllano il 32,1% del mercato. Una quota che sale a oltre il 50% se si tiene conto anche delle centrali d’acquisto. In prima fila c’è il gruppo francese Auchan, che da solo sfiora il 10% del mercato, e che se si aggiunge la centrale acquisti Intermedia (di cui fanno parte anche Pam, Bennet, Lombardini, Sun) raggiunge il 17%. L’altro colosso francese, Carrefour, tira le fila di una centrale acquisti che occupa ormai il 15,6% del mercato italiano, mentre i tedeschi del gruppo Metro, leader della centrale Mecades, sono al 14%. A sentire gli esperti, la crisi dei gruppi italiani può essere sintetizzata in poche battute: limiti di capacità imprenditoriali, scarsa capitalizzazione, poche risorse disponibili. Francesi e tedeschi sembrano invece pronti a muoversi sul mercato italiano in modo anche più aggressivo di quanto si sia visto finora.

            E adesso spunta la prospettiva di uno sbarco americano. Di certo, Wal Mart si ritrova a fare i conti con un mercato Usa dove, dopo 5 anni di boom, la crescita appare in fase di rallentamento (già per questa campagna natalizia il gruppo indica vendite in aumento solo dello 0,7% su base annua, anziché il 2-4% stimato in precedenza). E, dunque, guarda con grande interesse al di fuori dei propri confini, dall’Asia (dove proprio ieri ha annunciato 3 nuovi supermarket in Cina, dove ne ha già aperti 40) fino all’Europa (dove è già installata in Francia e Gran Bretagna). Esselunga rientra sicuramente fra gli obiettivi: ottima gestione, vendite 2003 cresciute del 7,8% (a 3,965 miliardi di euro), ma redditività in calo (gli utili nel 2003 sono scesi all’1,5% del fatturato) per effetto della maggiore competizione che si registra in un mercato, quello italiano, dove i consumi non cresceranno quest’anno più dell’1,4%.

            Ma l’arrivo di Wal Mart segnerebbe una svolta profonda nel panorama nazionale. Il gruppo fondato 42 anni fa a Bentonville, Arkansas, dalla famiglia Walton (sempre in cima alle classifiche Usa dei contribuenti più ricchi, con 80 miliardi di dollari di patrimonio personale) rappresenta infatti un sistema a sé: oltre 5 mila supermercati sparsi per il mondo, 1,5 milioni di dipendenti, 256 miliardi di dollari di fatturato. Ma soprattutto: una logistica iperefficiente e una strategia commerciale tanto aggressiva da permettere di vendere qualsiasi articolo a un prezzo medio del 14% inferiore a quello di qualunque concorrente americano. In più, Wal Mart è considerata il campione dell’iperliberismo: salari ridotti (mediamente il 30% inferiori alle altre catene di distribuzione Usa), ricorso massiccio ai lavoratori stagionali (pagati ancora meno), guerra a qualsiasi forma di tutela sindacale (tanto che in America ha in corso migliaia di cause legali di lavoro). Abbastanza, insomma, da averne paura? «Il problema non è tanto quello dell’occupazione o delle tutele – spiega Meschieri -. Dopotutto, anche il gigante Wal Mart dovrà adeguarsi alle nostre leggi. Il problema vero è un altro: dopo aver perso la grande distribuzione, ormai in gran parte in mani straniere, ora si potrebbe prospettare la crisi del settore alimentare italiano». Meschieri sintetizza il concetto in una battuta: «E’ ovvio che anche un supermercato Wal Mart, collocato per esempio in Emilia, dovrebbe vendere tortellini. Per il semplice fatto che proprio questo vogliono i consumatori. Il punto è se questi tortellini saranno ancora fatti in Italia o altrove».

          Giancarlo Radice