Voucher digitali per la pausa pranzo

04/07/2005
    domenica 3 luglio 2005

      IN PRIMO PIANO – pagina 1/4

        LA VERTENZA DEI «BUONI»

          Voucher digitali per la pausa pranzo

            DI LUCA BELTRAMETTI

            Il settore dei buoni pasto è cresciuto negli ultimi decenni in modo silenzioso. In Italia ha raggiunto una notevole rilevanza economica con oltre due miliardi di euro di fatturato. Nelle ultime settimane il settore ha però guadagnato le prime pagine dei giornali per l’improvvisa conflittualità che si è creata tra alcuni protagonisti del mercato.

              Per capire le ragioni di queste tensioni occorre considerare le caratteristiche peculiari del settore.

              I buoni pasto costituiscono una tipologia particolare di voucher utilizzati da circa 2,5 milioni di lavoratori italiani: la necessità di ricorrervi deriva principalmente dalla volontà del legislatore di condizionare un trattamento fiscale e contributivo di favore al fatto che il datore di lavoro eroghi al lavoratore risorse (fino a 5,29 euro al giorno) vincolate all’acquisto di pasti. Questo strumento costituisce un sostituto della mensa aziendale ed è particolarmente importante nel nostro Paese dato il ruolo economico fondamentale delle piccole e medie imprese. Come sempre accade tuttavia, l’introduzione di vincoli (pur giustificati da intenti meritori) genera inefficienze; in questo caso, si determinano costi di transazione ben superiori a quelli (minimi) associati all’uso della moneta. L’obiettivo di garantire che il trasferimento di risorse sia effettivamente vincolato si realizza tramite l’azione di intermediari specializzati ( le società che emettono i buoni pasto) che vendono i voucher alle aziende, convenzionano una rete di erogatori dei pasti e gestiscono i rimborsi dei buoni ai singoli esercenti.

              L’attività di questi intermediari specializzati si finanzia con quattro tipologie di ricavi: !
              -una eventuale commissione ( che oggi per lo più è stata abolita, vedi sotto) a carico dell’impresa che compra i buoni;
              -interessi sul valore dei buoni per il tempo che intercorre tra il pagamento del buono da parte dell’impresa e il momento in cui il buono viene rimborsato all’esercente;
              -valore dei buoni che non vengono presentati al rimborso ( perché persi o non utilizzati) entro la loro scadenza;
              - “ sconto in fattura” ovvero il minor rimborso all’esercente rispetto al valore facciale del buono.

              Le polemiche di questi giorni riguardano quest’ultima componente dei ricavi che negli ultimi anni è fortemente cresciuta (insieme a ritardi nei rimborsi) generando forti pressioni sugli esercenti. Ciò si è verificato perché le società che emettono i buoni pasto sono riuscite a traslare sugli esercenti la contrazione dei ricavi derivanti da tassi di interesse più bassi (secondo punto) e soprattutto dal drastico miglioramento delle condizioni ottenute dalle imprese al momento dell’acquisto dei buoni (primo punto). In effetti, sono ormai diffusi sconti molto ingenti (fino ad oltre il 15% per i clienti più importanti) rispetto al valore facciale dei buoni.

              Questa evoluzione del mercato è stata determinata da mutamenti avvenuti. Dal lato dell’offerta, negli ultimi anni sono entrati sul mercato nuovi competitori che — avendo inizialmente reti di esercizi convenzionati meno estese rispetti ai concorrenti maggiori — hanno puntato molto sullo sconto concesso al momento dell’emissione dei buoni. Dal lato della domanda, l’avvio delle gare gestite dalla Consip per i buoni per i dipendenti pubblici ha determinato l’aggregazione di un soggetto con un enorme potere contrattuale ( circa il 25% del mercato totale); le grandi imprese private hanno poi avuto gioco abbastanza facile nell’ottenere sconti simili. In sintesi, si è assistito quindi ad uno spostamento dei rapporti di forza a vantaggio dei maggiori compratori dei buoni pasto ed a danno degli esercenti che, singolarmente, hanno un potere contrattuale minimo nei confronti degli emittenti dei buoni.

              Un aspetto delicato dell’attuale concorrenza tra società emittenti è rappresentato dal fatto che in Italia ( al contrario di quanto avviene, per esempio, in Francia) non sussiste obbligo di accantonamento di fondi a fronte dell’emissione dei buoni: in questo contesto la competizione tra emittenti può comportare rischi per la stabilità complessiva del sistema.

              Il passaggio a buoni di tipo digitale viene considerato da alcuni come una possibile soluzione del problema. In effetti, buoni digitali ( pur comportando ingenti investimenti iniziali) possono ridurre i costi di transazione e permettono di ricostruire luogo e ora del loro utilizzo (“tracciabilità”) riducendo usi fuori dall’orario di lavoro: ciò comporta risparmi per le aziende ma danneggia ovviamente i lavoratori.
              Voucher digitali (attraverso smart card) si prestano inoltre ad una gamma di applicazioni più ampia rispetto ai buoni cartacei: è possibile pensare all’utilizzo di buoni anche per importi molto piccoli e, in generale, a modalità di condizionamento del loro utilizzo (vincoli sulle tipologie di beni acquistabili, forme di co pagamento da parte del beneficiario…) molto più articolate rispetto a quelle attuabili con i buoni tradizionali.

                Ciò può contribuire alla crescita del settore oltre gli ambiti oggi conosciuti e potrà attenuare le tensioni di questi giorni ampliando le dimensioni della “ torta” da distribuire tra i diversi attori coinvolti. Difficilmente questi sviluppi tecnologici potranno tuttavia portare da soli al superamento delle cause economiche che stanno all’origine di tali tensioni.