«Voto pericoloso»

22/06/2010

«Me lo spieghino Marchionne, Fassino, Sacconi, Scalfari come si riesce a fare il lavativo alla catena. Ma lo sanno come si lavora qui, come ci si aliena, come si prendono le discopatie, si viene abbrutiti dai ritmi e dai capi, come si viene ricattati, terziarizzati, messi in reparti confino? Dovrebbero informarsi, prima di dirci di rinunciare alle pause, concedere 80 giorni di straordinario, rinunciare allo sciopero o alla malattia. Io riesco a sopravvivere in cassa
integrazione, con una famiglia e i soldi che non bastano neanche a finire la seconda settimana, solo perché capisco il valore della battaglia che sto facendo. Pretendono che firmiamo la resa e il consenso a farci ridurre a schiavi, buttando nell’inceneritore Costituzione, leggi, contratto. Qui siamo a Napoli, le vedi le case sotto il cavalcavia? Sono i rioni di Barra e Ponticelli, da una parte all’altra di quei cumuli di monnezza. Se alla gente chiedi se fa bene la Fiat a violare la legge dicono subito di sì, si sentono in buona compagnia». Siamo scesi nel campo di battaglia per farcelo spiegare da Antonio, come si lavora e si vive nella fabbrica dei «fannulloni». Antonio Di Luca ha 43 anni, lametà passata alla catena. Ci ha guadagnato una discopatia dopo l’altra, problemi alla colonna, dalla cervicale alla sacrale. A furia di terapie si è rovinato lo stomaco, eppure «in quattro anni ho fatto 5 giorni di malattia perché io al lavoro ci tengo, ho l’Alfa nel cuore». Si è diplomato con il massimo dei voti unendo studio e lavoro. È monoreddito, ha moglie e tre figli, lo scorso anno con la cassa ha portato a casa 12.098 euro contro i 18 mila guadagnati quando si lavorava. È colto, legge tutto quel che può, ha un debole per Marco Revelli, brucia gli scritti di Rifkin. Ai figli ha dato i nomi degli Evangelisti, Giovanni,Matteo, l’ultimo di 21 mesi l’ha chiamato Marco: «È stato concepito quando ero senza lavoro ed è nato in cassa integrazione». È di sinistra e questo dà un senso al suo impegno. Va a fare lezioni all’Università Orientale di Napoli per spiegare come si sta alla catena. Ha cominciato a lavorare a 10 anni, garzone,muratore, elettricista e poi la grande fabbrica. Abita a Napoli: «per fortuna a colpi di prestiti familiari ho casa di proprietà». Si alza alle 4,30 del mattino, «impiego 10 minuti a mettermi dritto con le mie 7 discopatie, ho portato il busto per otto anni. Poi faccio colazione e vado a prendere altri due operai, o a turno vengono loro da me: alle 5,40 siamo nel piazzale della fabbrica. Già con la tuta per risparmiare tempo». La catena è una brutta bestia. La durata di una mansione oscilla tra uno e due minuti. Per fare che? «All’inizio giostravo su più postazioni, presse, verniciatura, stampaggio, fino al ’95. Ora sono alla revisione di fine tratto». Non si èmai risparmiato, anzi spesso ha fatto incazzare i capi perché è troppo attento alla qualità «mentre quelli si preoccupano solo dei tempi. Se c’è chi che danneggia l’azienda, Marchionne dovrebbe cercarlo lì, non tra gli operai». È offeso dalle accuse di assenteismo, è orgoglioso che le macchine fatte qui si vendevano meglio di quelle con il marchio Fiat e adesso «ci dipingono come la pecora nera in un gregge bianco». Prendi uno che lavora alla registrazione del freno a mano: «Devi prendere una macchinetta che pesa 30 chili, piegarti e lavorare a 90 gradi, inserire la cuffia dopo la registrazione, sempre nella stessa posizione, quindi andare a prendere l’etichetta e attaccarla. In un minuto e mezzo e avanti così, per tutto il giorno e tutta la vita. Perché i capi invece di far ruotare il personale tengono sempre gli stessi, conoscono il lavoro e fanno risparmiare il tempo di formarne degli altri. In questo modo la gente si logora e si ammala, li chiamano assenteisti ma sono solo vittime, limoni spremuti. Le ernie al disco si sprecano. L’operaio diventa una protesi della macchina. Con il diktat della Fiat perderemo anche la pausa mensa, spostata a fine turno. E se ci incazzeremo neanche potremo scioperare, pena licenziamento». Altra mansione, il montaggio delle guarnizioni laterali di gomma della portiera. Se il just in time non funziona, «e non funziona », se le gomme sono vecchie, invece di qualche mazzolata con la mazzola piccola devi dargliene a decine con quella grande. «Cosìmi sono rovinato, da non riuscire più neanche ad aprire la macchinetta del caffè». Madonna se è incazzato, Antonio. Con la Fiat, con quei sindacati che si bevono tutto piegati a pecorone, con l’opposizione «diventata liberista».
Con i volantini della Cgil napoletana che invita a votare sì «e i capi li mostrano nei reparti per venire in culo a noi della Fiom». «Ho una ridotta capacità lavorativa, sono politicizzato e sindacalizzato. Ho tutti gli ingredienti per essere tra i primi della lista». Mi mostra il messaggio inviatogli dal capo: domani in fabbrica, si vota per costruire la Panda a Pomigliano. «Un ricatto odioso, mi chiedono di cedere tutti imiei diritti in cambio di lavorare peggio di adesso ». Quando Luigi De Magistris, invitato dalla Fiom a Pomigliano, dice che più che di ricatto bisognerebbe parlare di «estorsione», Antonio fa sì con la testa, e mi sussurra: «Lo dice lui tutti applaudono, lo dice ‘nu strunz de n’operaio non se lo fila nisciuno». «Ci accusano di prendere permessi per fare i rappresentanti di lista, ma c’è una legge che lo consente. E se a gente che non arriva a pagare i debiti il partito gli offre 100 euro, è normale che accettino. Io se lo faccio lo faccio gratuitamente, per una parte politica in cui credo, altri no ma come si fa a metterli alla gogna? E sai perché tanti si mettono in malattia o in permesso durante gli scioperi? Perché sono i capi a chiederlo, per dimostrare ai superiori che lo sciopero è fallito».
Per fortuna Antonio è un ottimo cuoco, sa come si fa la spesa e come si monta a neve il bianco dell’uovo per preparare piatti gustosi con pochi euro. Sa come fare quando uno dei figli gli chiede di festeggiare san Giovanni in pizzeria con gli amici: invita tutti a casa e si inventa qualcosa. Non vuole farsi umiliare, Antonio. Sente gli operai polacchi o serbi suoi fratelli, vede l’attacco alla Costituzione. Oggi andrà a votare a denti stretti. «Le imposizioni di regime non possono essere subite a lungo, prima o poi la rabbia di tanti, anche di chi vota sì, scoppierà. Lo dovrebbe sapere anche Marchionne».