Voto e welfare: spunta l’operaio «sarkoziano» (E.Marro)

10/10/2007
    CORRIERECONOMIA di Lunedì 8 ottobre 2007

      Pagina 2 - in copertina

        Lavoro e società
        il test del referendum

          Voto e welfare, nelle aziende
          spunta l’operaio «sarkoziano»

            di Enrico Marro

              L e urne si aprono oggi e si chiuderanno domani, ma l’esito è scontato: vinceranno i sì e ci sarà una grande partecipazione al voto. Ciò non toglie che il voto dei lavoratori e dei pensionati sull’accordo del 23 luglio su pensioni e welfare rappresenti un grande test per Cgil, Cisl e Uil e un evento che inciderà sull’agenda politica: dal varo in consiglio dei ministri del disegno di legge per applicare l’accordo, fissato non a caso per venerdì 12, alla manifestazione di sabato 20 delle sinistre radicali. Col referendum Cgil, Cisl e Uil faranno certo una bella figura. E ci mancherebbe: «Il referendum lo organizziamo noi, i risultati li diamo noi, vuoi che ci siano sorprese?», osserva, al riparo dell’anonimato, un sindacalista che sta nella macchina organizzativa da un ventennio. Questo non significa che sia già tutto stabilito a tavolino o che i brogli (che pure sono possibili) giocheranno un ruolo decisivo, ma più semplicemente che, essendo un referendum su una platea parziale di lavoratori e pensionati chiamati al voto dagli stessi sindacati che vogliono la vittoria del sì, i risultati sono più facilmente prevedibili rispetto a un ipotetico referendum gestito da un’istituzione terza che coinvolgesse tutti gli aventi diritto (17 milioni di lavoratori dipendenti e 15 milioni di pensionati). Così, ai piani alti delle confederazioni, ti spiegano che saranno centrati tutti gli obiettivi: si punta a 5 milioni di votanti e al 70% dei sì.

              L’unica sorpresa potrebbe essere il risultato dei metalmeccanici. Sulla base del precedente del ’95 (le tute blu bocciarono la Dini con un 55% di no), del fatto che la Fiom-Cgil (a differenza del ’95) sia mobilitata in maggioranza per il no, e delle contestazioni registrate in numerose assemblee di fabbrica, da Mirafiori alla Gd di Bologna, dalla Sata di Melfi all’Ansaldo di Genova, finora si è data per scontata la bocciatura dell’accordo da parte delle tute blu. Sarebbe una vittoria per il leader della Fiom, Gianni Rinaldini, che metterebbe in difficoltà il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani. Ma negli ultimi giorni cresce tra i dirigenti sindacali il numero di coloro disposti a scommettere su una vittoria del sì anche tra i metalmeccanici. Giorgio Santini, segretario confederale della Cisl, è uno di questi.

              Di assemblee ne ha fatte tante, tutte in aziende metalmeccaniche: alla Merloni, alla Lucchini , alla Riello, alla Galileo, alla Carraro, alle acciaierie di Piombino. Certo, ha sempre trovato l’intervento di quello della Fiom per il no, ma c’è sempre stato qualcuno che ha replicato: guarda che se l’accordo non passa resta lo scalone. «Per me, i sì possono vincere anche tra i metalmeccanici».

              Secondo Luigi Angeletti, leader della Uil, ci sono alcuni elementi da considerare: «Rispetto al ’95 il numero dei metalmeccanici è rimasto più o meno lo stesso, ma sono molto diminuiti quelli delle grandi aziende e molto aumentati quelli delle piccole, dove il sì passa più facilmente perché si incontra meno ostilità ideologica organizzata». L’unico rischio che il sindacato corre, conclude Angeletti, «è quello dell’antipolitica, che comincia a fare breccia anche nelle aziende». Il malessere i sindacalisti lo hanno toccato con mano. La scena che ha visto Epifani alla Gd di Bologna si è ripetuta in molte altre fabbriche: un operaio giovane, capelli a coda, ha preso il microfono e, guardando il segretario negli occhi, gli ha detto: «I miei genitori, dopo una vita di lavoro, prendono ciascuno 400 euro di pensione, mentre i parlamentari si aumentano lo stipendio di 2.000 euro al mese». Applausi. Come quelli che hanno sottolineato gli interventi contrari all’accordo dei giovani del call center Wind che guadagnano mille euro al mese.

              Non è un caso allora che Epifani, Bonanni e Angeletti siano corsi ai ripari lanciando l’idea di una grande manifestazione per chiedere al governo un fisco più leggero sulle buste paga. Proposta che ha permesso, per esempio, ad Angeletti di chiudere tra gli applausi l’assemblea Unilever di Caivano, altrimenti difficile.

              Il sindacato, quindi, uscirà bene dalla prova, ma, tornando nelle fabbriche, si è reso conto che il problema più sentito dagli operai non è risolto dal protocollo e si chiama basse retribuzioni: vogliono pagare meno tasse e un salario netto più alto. Ma dal successo del referendum potrà venire una nuova spinta. Prendiamo l’altro grande appuntamento, le primarie del Pd, dice il sociologo Aris Accornero: «Lì si parla di un milione di votanti, per il referendum di 4-5 milioni. Inoltre, anche i no che ci saranno non rappresentano un rifiuto del sindacato. Non è che chi vota no poi si iscrive ai Cobas. Piuttosto esprime un rimprovero al suo sindacato perché non ha fatto abbastanza». A determinare la grande partecipazione al voto e a garantire il successo dei sì, spiega un altro sociologo, Mimmo Carrieri, che ha scritto un libro sui nuovi delegati frutto di un’indagine sul campo, è «un esercito di 150-200mila delegati, che sono il vero punto di riferimento dei lavoratori, molto più dei leader che vanno in televisione». Un esercito, aggiunge Carrieri, «che ancora assicura il legame tra la base e i vertici: i delegati conoscono i problemi degli operai e questo può favorirli nella campagna per il sì». Resta l’incognita delle grandi fabbriche metalmeccaniche, a cominciare dalla Fiat. Almeno in queste, il no dovrebbe prevalere, magari di poco. Altrimenti per Rinaldini sarà davvero una sconfitta.