Voto a oltranza nella notte: governo va sette volte sotto

26/10/2007
    venerdì 26 ottobre 2007

      Pagina 3 – Politica

        Si vota a oltranza nella notte
        Il governo va sette volte sotto

          di Bianca De Giovanni / Roma

          Per sette volte governo e maggioranza vengono battuti in Senato con un colpo di scena finale in notturna sul bonus per gli incapienti. Stavolta sono i centristi a «sfarinarsi», e il partito di Di Pietro a guidare una vera faida sul caso del ponte sullo stretto di Messina. Subito il centro-destra grida alla crisi, e qualcuno alle elezioni anticipate. L’opposizione va all’assalto, con la solita aggressività. Ritorna l’aggressione verbale a Rita Levi Montalcini. Manuela Palermi parla di «toni da bettola» usati contro la senatrice a vita. Persino Francesco Storace parla di toni da «curva da stadio». Ma la maggioranza resta in trincea per quasi 24 ore filate. Nonostante tutto, il decreto fiscale, primo «spezzone» della manovra a giungere al voto, procede senza che il governo ponga la questione di fiducia, così come si era impegnato a fare. Si vota emendamento su emendamento, fino a notte inoltrata. Mentre scriviamo mancano ancora una ventina di articoli per il varo finale, previsto in nottata. Salvo incidenti di percorso. Come quello attorno alle 22, che ha provocato il quinto «scivolone» e l’ennesimo episodio indecoroso nel «ring» di Palazzo Madama. Rita Levi Montalcini si assenta per andare alla toilette, prova a rientrare di corsa ma non ce la fa. Gavino Angius presiede, e così la maggioranza «perde» due voti e va sotto. Ancora una volta dalla parte destra dell’emiciclo partono offese alla senatrice, con lancio di palle di carta e grida. Tra i due schieramenti riesplode la bagarre. Angius è costretto a sospendere il voto per qualche minuto. Si riprende con grande tensione, quando Franco Marini torna a presiedere è costretto a richiamare più volte i parlamentari, ormai trasformati in «hooligans». Così arriva anche il sesto sgambetto su un emendamento della Lega. In nottata un’altra accusa alla senatrice. Roberto Castelli urla al conflitto di interessi, visto che si votano emendamenti relativi ai fondi per gli enti di ricerca, tra cui la Fondazione Ebri di cui la senatrice è presidente. Ma la Montalcini prende la parola e annuncia la sua astensione. «Non voterò – dichiara – ma ringrazio quanti si rendono conto di quanto stiamo facendo per la scienza, che mai è stata così portata avanti».

          Tra le misure più importanti del provvedimento all’esame, il bonus di 150 euro per i più poveri, la moratoria per l’affidamento dei servizi idrici (approvata), un piano per l’edilizia popolare, fondi per le Ferrovie e l’Anas. Il testo è stato ampiamente emendato in commissione, spesso con proposte avanzate dall’opposizione. Ma il centro-destra vota per contrapposizione e spesso boccia emendamenti propri. Le «truppe» senatorie continuano la guerra frontale. A volte sembra quasi che fili tutto liscio, ma le ferite dei quattro scivoloni della mattinata bruciano molto. «Su oltre 200 votazioni cadere per 4 volte mi sembra il minimo»: così a metà giornata Morando tenta di smorzare i toni. Ma non ci riesce. Le polemiche continuano anche nella maggioranza, con i centristi e l’ala sinistra ad accusarsi a vicenda di tradimento.

          Il caso politico sta tutto nell’emendamento sulla messa in liquidazione dello stretto di Messina. Una norma che al ministro Antonio Di Pietro non va giù. In mattinata si tenta una mediazione con l’Italia die Valori: anziché liquidare la società si propone di affidarla ad un’altra società pubblica, forse le Fs. Ma Di Pietro non ci sta: vuole che vada all’Anas. E così l’Idv vota contro, con l’esclusione di Franca Rame. Sei senatori, fra cui i diniani, si astengono: più che sufficiente a far impazzire il fragile pallottoliere del Senato. 145 a 160 per il centrodestra. I diniani si giustificano, dicendo di aver seguito le indicazioni del governo che si era rimesso all’Aula, non esprimendo un parere. Sta di fatto che la destra canta vittoria, e subito torna a «vincere» su un’altra proposta: l’assunzione definitiva di alcuni dirigenti (vincitori di concorso) del ministero della Giustizia. Anche in questo caso il governo si era rimesso all’Aula, ma nei quattro casi successivi la bocciatura è anche dell’esecutivo. Si tratta di proposte marginali dal punto di vista politico (digital divide, la chiusura della scuola della Pubblica amministrazione, una procedura per la chiusura dell’ordine Mauriziano, il taglio delle consulenze della pubblica amministrazione), ma nella maggioranza c’è aria di disfatta.

          Il fatto è che l’episodio del ponte sullo stretto riproduce una spaccatura tutta interna all’esecutivo: due ministri (Bianchi e Di Pietro) che si confrontano anche in Parlamento. I senatori si lamentano di essere stati lasciati soli. Così, alla ripresa dei lavori compare Tommaso Padoa-Schioppa sui banchi del governo, affiancato dai colleghi Beppe Fioroni e Clemente Mastella. A tarda notte nuovo «fuoco amico» sul governo in relazione al bonus incapienti. A sorpresa passa un emendamento del senatore Fernando Rossi, ex del Pdci (lo stesso che fece cadere Prodi), che raddoppia il bonus per gli incapienti da 150 a 300 euro. Con questa misura il costo dell’operazione sale a 5 miliardi. L’emendamento è stato votato dai senatori del centrodestra, dall’altro dissidente della sinistra radicale Franco Turigliatto mentre si è astenuta Silvana Amati dell’Ulivo, ed è passato con 157 sì e 155 no.