“Votare” Maggioritario addio, varata la riforma

15/12/2005
    giovedì 15 dicembre 2005

    Pagina 7 Primo Piano

    IL RITORNO DEL PROPORZIONALE – IL PROVVEDIMENTO VOTATO CON 160 SI’ E 119 NO DELL’OPPOSIZIONE. BERLUSCONI: «E’ DEMOCRATICA».
    FINI: «IL BIPOLARISMO E’ GARANTITO»

      Maggioritario addio, varata la riforma

        Sì definitivo di Palazzo Madama al nuovo sistema elettorale della Cdl. L’Unione: incostituzionale

          Antonella Rampino

            ROMA
            E’ durato solo una dozzina d’anni, il maggioritario scelto anche dagli italiani per referendum a partire dal 1993: dalle politiche del prossimo aprile, grazie al via libera definitivo dato ieri in Senato con 160 sì della Cdl e 119 no dell’opposizione, si torna al 1919, al proporzionale che agli albori dello Stato italiano fu introdotto per stroncare il trasformismo dell’era giolittiana. E che oggi invece, avverte il diessino Angius, avrà probabilmente effetto opposto, «la Terza Repubblica sarà quella dei valzer e delle giravolte, della cancellazione dell’alternanza e del bipolarismo». Una legge che per la prima volta, accusa l’ex presidente del Senato Nicola Mancino, viene varata senza neanche discuterla: l’opposizione, perché i suoi emendamenti venissero presi in esame, è stata costretta a limare i tempi di dibattito.

              Una legge il cui varo era scontato al punto che Berlusconi non si affaccia neppure nell’emiciclo di Palazzo Madama, limitandosi poi a sottolineare che «è una riforma democratica». Esito scontato dunque, e senza pathos.

              Anche se il finiano Nania trova opportuno ricordare che «Alleanza nazionale è sempre stata maggioritaria», così come di lì a poco, richiesto di un commento, Gianfranco Fini dirà anzitutto che «il bipolarismo è garantito, e così pure la governabilità attraverso il premio di maggioranza». Il costituzionalista Domenico Fisichella, padre della svolta di Fiuggi e recentemente uscito da Alleanza nazionale al momento della devolution, ha votato ieri contro il proporzionale che accusa, esattamente come l’opposizione, di non garantire la governabilità e soprattutto di interrompere il giovane bipolarismo italiano.

                Sul fronte dell’Udc, il nuovo segretario Lorenzo Cesa canta vittoria, il rinato proporzionalismo «è la discontinuità che chiedevamo». Marco Follini invece nicchia e tiene il punto: «Questa legge elettorale resta a mio giudizio costituzionalmente corretta e politicamente controversa». Il padre nobile dell’Udc non rinuncia ricordare che le regole, anche secondo l’antica tradizione democristiana, si costruiscono insieme, e non contro la minoranza politica. E allarga metaforicamente le braccia, «speriamo che quel tanto di libertà in più che consente ai partiti rispetto alle coalizioni venga coltivata bene e porti qualche buon frutto». Il che è anche come dire che così potrebbe non essere.

                  Il dibattito in diretta televisiva in ora mattutina ha dato lo spunto alla maggioranza per una straordinaria sequela di attacchi a Prodi. Descritto come «un capo senza partito» (Nania), neanche fosse un Giovanni senza Terra, e spesso senza mai nominarlo: «Ma chi è questo presunto capo dell’opposizione, questo misterioso personaggio che va in tv non si sa a quale titolo, che non si capisce per quale ragione parla, si riunisce e viene in Senato, proprio lui che non ha alcuna legittimazione politica, a dirci che dobbiamo interrompere i lavori del Senato…» sono state le più gentili espressioni con le quali il «saggio di Lorenzago» e senatore dell’Udc Francesco D’Onofrio ha richiamato la figura di Prodi in Aula. E questo perché la diretta tv era un’occasione troppo ghiotta per non usarla, in tempi pre-elettorali. Il messaggio del centrodestra, in ripetuti interventi, è stato semplicissimo: il proporzionale è più democratico del maggioritario, perché con esso «vince chi ha più voti». Perdono, comunque le donne. Lo dicono i senatori dell’Unione, lo ribadiscono naturalmente le senatrici: era una buona occasione per varare la legge sulle quote rose, che sembrava stare tanto a cuore al ministro forzista delle Pari opportunità. E invece, «per trovare la Prestigiacomo bisogna chiamare il 113», fa Angius, sempre in diretta tv. Il ministro si inalbera, «adesso il Senato varerà la mia legge e per Angius chiameremo il 118». In realtà, il Senato ha già rifiutato di esaminare un ddl sulle quote rosa, «e per quello della Prestigiacomo si è solo avviata in Commissione una serie di audizioni conoscitive», ribatte sconsolata la verde Zanella.

                    Fuori e dentro le Aule parlamentari infuria ancora la polemica innescata il giorno prima proprio da Prodi, con quel suo accusare la maggioranza di tirare per la giacchetta il Capo dello Stato «con lusinghe neppure troppo eleganti, e minacce neppure troppo velate». Prodi «smentisca quelle dichiarazioni, o non è credibile come candidato premier del centrosinistra» accusa Sandro Bondi cogliendo l’occasione per aggiungere che «in queste condizioni» non si può raccogliere l’appello che l’Unione ha rivolto alla Cdl in favore dell’amnistia. «Il presidente Prodi ha perso un’ottima occasione per tacere», chiosa Fini. Non si sa cosa ne pensi Prodi. Ma Rutelli s’è affrettato a confermare «abbiamo votato contro questa legge che è incostituzionale e rende tutti i cittadini meno liberi, ma Ciampi è il presidente di tutti e ha la nostra piena fiducia».