Vivere nel tunnel della recessione

16/05/2005
    sabato 14 maggio 2005

      Pagina 4 – Economia

      Vivere nel tunnel della recessione
      Con la frenata dell´economia così le famiglie stringono la cinghia
      la crisi
      I primi tagli alla spesa colpiscono cultura, viaggi e tecnologia
      I consumi sono fermi. I commercianti: a fine anno aumento di appena lo 0,3%

        LUISA GRION

          ROMA – Si taglia, si elimina, si sta più a casa, meglio se quella dei genitori. I debiti fanno paura, i mutui pure. Si dà un taglio a quelle che sono le spese tipiche di un paese ricco: cultura, viaggi, ma anche tecnologia. E così che si vive con la recessione: è come se una cappa – anche psicologica – avvolgesse le aspettative sul futuro. Dunque si tira la cinghia.

          Lo dimostrano anche i dati forniti dall´Istat sulla spesa delle famiglie: considerati i primi due mesi di quest´anno messi a confronto con lo stesso periodo del 2004 tutte le voci dei «bilanci di casa» sono in caduta: si va dal meno 0,7 per cento degli alimentari al meno 1,6 delle spese per informatica e tecnologia. Crollano gli investimenti in libri (meno 1,8 per cento) e perfino gli acquisti in ferramenta (meno 1,6). La Confcommercio non è ottimista: a fine anno, se tutto va bene, si metterà a segno un aumento di consumi dello 0,3 per cento appena. Le associazioni dei consumatori sono ancora più preoccupate: secondo Paolo Landi di Adiconsum le famiglie italiane si stanno avviando verso un pericoloso sovraindebitamento: «Fatte in passato le rate utilizzando il credito al consumo, cominciano a pensare che non riusciranno a versarle. Ci sono già i segnali».

          Ma quando si parla di recessione, non di solo consumo si tratta. Secondo Domenico De Masi, sociologo, il paragone da fare è con gli altri paesi «ricchi»: la crisi in Italia – dice – non si manifesterà con un´ impennata della povertà o una drastica riduzione delle spese. «Comunque sia – spiega – fra i 193 paesi del mondo siamo ancora fra i primi 30 per potenza industriale e fra i primi 8 per reddito». Il problema, appunto, sarà quello di saper mantenere le posizioni, «di reggere il rapporto con gli altri paesi». Un paragone che – secondo De Masi – già ci vede perdenti.

          «L´unico modo per risalire la china verso la quale ci siamo avviati e quella di sostituire alle fabbriche di prodotti materiali, le fabbriche di idee. Non bisogna insistere a produrre le macchine se gli altri le fabbricano a minor costo. Bisogna produrre brevetti, innovazioni, cultura . Bisogna diventare post-industriali e puntare, sull´intelligenza, sulla cultura delle generazioni future. Invece le Università sono alla frutta: fatti 100 i giovani in età da «facoltà», negli Usa studiano in 72, in Canada 68, in Russia 56, in Italia appena 28».

          Per l´economista Riccardo Faini il nodo centrale della recessione italiana sta invece soprattutto nell´incapacità di alzare la produttività del sistema economico. «Certo questa fase recessiva si è manifestata con una caduta sia della domanda interna che di quella da esportazioni – spiega – Ma il problema non sta nei consumi. Il guaio sta nella incapacità di aumentare la produttività. Per molti diversi motivi: aziende di dimensioni troppo piccole, settori di produzione troppo tradizionali, manodopera meno istruita rispetto ad altri paesi evoluti, servizi non liberalizzati, mancanza di concorrenza in certi fondamentali settori. Fino a poco tempo fa le aziende hanno goduto in qualche modo di una rendita di posizione. Ora i nodi vengono al pettine».