Vivere da precario a cinquant’anni

10/05/2005
    martedì 10 maggio 2005

    pagina 1-14

    Vivere da precario
    a cinquant’anni

      Oggi in Italia sono meno del 30%
      i lavoratori over 55 in attività

      Bruno Ugolini

        ROMA «È finita l’epoca del posto di lavoro fisso e permanente». Siamo nel lontano 1989, alla convenzione programmatica promossa dalla Cgil a Chianciano. Il monito è dell’allora segretario generale della confederazione, Bruno Trentin. L’analisi riguarda il settore pubblico, ma anche le trasformazioni del mondo del lavoro in generale. Siamo a quello che gli studiosi chiamano il post fordismo. Occorre costruire e sostenere una strategia adeguata, basata sui diritti, la solidarietà, la formazione permanente.

          Sono trascorsi molti anni e oggi il famoso «posto fisso» traballa per tutti. La parola imperante, che abbraccia, però realtà molto diverse, è «precario». C’è dentro il pony express ma anche il webmaster, il disperato e il soddisfatto. La si usa soprattutto per i lavori atipici, quelli con contratti a tempo determinato.

          Come se il soffio della precarietà non lo sentissero anche gli operai metalmeccanici della vecchia Fiat di Torino o della modernissima STMicroelectronics di Catania, per non parlare dei tessili e d’altre categorie. La sentono i giovani «ballerini del lavoro», ma anche i cinquantenni allo sbando per una mobilità che non li porta da nessuna parte.

            Non si può nemmeno fissare una data precisa circa la nascita della cosiddetta precarietà. È sempre esistita, ora sta dilagando. C’era e c’è nel lavoro nero del Nord e negli antichi caporali che sulle piazze del Sud reclutavano mano d’opera a buon mercato. Accanto all’industria moderna e nelle campagne. Franco Chiriaco, il segretario della Flai-Cgil, il sindacato che unisce agricoltura ed industria alimentare, ha spiegato che i precari, nel mare di lavoratori a tempo indeterminato e a termine, stagionali e avventizi, sono il 90 per cento del totale. Insomma siamo arrivati al punto che interi settori industriali, grandi settori della vita economca del Paese, vivono e prosperano grazie al lavoro dei precari. E, in questo conesto, nascono vicende impressionanti che parlano di questa realtà spesso ignorata dai grandi mezzi di informazione e dalle ricerche sociologiche che spesso pretendono di rappresenatre lo stato del Paese. Come la storia di tre tunisine precarie ventenni: Namira, Samira e Faten. Lavorano presso l’azienda ortofrutticola Colucci di Casamassima nel Barese. Qui sono presenti circa 100 dipendenti. 40 lavoratrici sono concentrate nel magazzino. Qui erano anche le tre lavoratrici tunisine, con però una condizione particolare: alle loro buste paga erano detratti ogni giorno due euro e 50 centesimi nonché altri 50 centesimi per la pausa pranzo di mezz’ora. Le tre appena entrate al lavoro hanno protestato e si sono iscritte al sindacato. Naturalmente sono state subito licenziate. Il giudice ora le ha reintegrate e ha disposto la liquidazione di quanto contrattualmente dovuto. Era evidente la discriminazione razziale. È emersa tra l’altro una dichiarazione del padrone dell’azienda: «Perché dovrei assumere delle extracomunitarie se poi mi tocca pagarle come le italiane?». Una specie d’anteprima della famosa direttiva Bolkestein. Per alcuni imprenditori italiani la competitività si recupera non solo sfruttando il lavoro precario, ma meglio ancora con gli immigrati precari.

              È un aspetto poco conosciuto del complicato mondo del precariato ovvero della flessibilità senza regole. Questo è un punto delicato. La flessibilità non è un’invenzione diabolica dei padroni per superare il fordismo e la conseguente presenza di una classe operaia forte, salda e organizzata. È connaturata all’evolversi dei processi produttivi, alla globalizzazione, al cosiddetto just in time (il legame tra quel che esce dalla fabbrica e l’acquirente).

                «La rapidità e la frequenza dei processi d’innovazione – ha scritto Bruno Trentin nel suo ultimo libro – con la conseguente obsolescenza delle conoscenze e delle competenze, impone un uso flessibile delle forze lavoro e una grande adattabilità del lavoro agli incessanti processi di ristrutturazione».

                  Ma tale mutamento può avvenire in due modi: o con una riqualificazione costante del lavoro e una mobilità sostenuta da un forte patrimonio professionale, oppure con un continuo ricambio di mano d’opera. È il secondo metodo adottato dal governo di centrodestra che ha così snaturato la flessibilità possibile, introducendo una sorta di diaspora nei rapporti di lavoro, senza diritti e tutele. Qui sta la differenza con quanto aveva iniziato a fare il centro sinistra con il famoso pacchetto di Tiziano Treu accusato (anche a sinistra) di essere stato un precursore. Solo che la flessibilità immaginata da Treu e altri doveva essere accompagnata, appunto, da diritti e tutele (ammortizzatori sociali, uno statuto apposito).

                    I flessibili non erano lasciati soli, privi di coperture contrattuali attraverso il sindacato. Ed ecco questa crescita impressionante di precari allo sbando. Il fenomeno non tocca solo le giovani generazioni. Siamo ormai di fronte al dramma dei cinquantenni: oggi in Italia sopra i 55 anni lavora meno del 30 per cento della popolazione di quella classe di età (contro il 70 per cento della Svezia, ad esempio). Una di queste cinquantenni, Laura, ha scritto su una rivista on line (http://invisibili.altervista.org): «Mi angoscia pensare che dovrò passare ancora 6 anni in questo stato, prima dei 60, quando, forse, un minimo di pensione mi sarà data. Che brutta cosa essere ridotti a sperare d’invecchiare il più presto possibile per potersi comprare da mangiare, senza dover ricorrere alla Caritas!».

                      C’è anche, sulla stessa rivista (curata da Giampaolo Squarcina), un saggio filosofico che spiega quali sarebbero le origini del termine «precario». Sostiene Maurizio D’Alessandro che precarium in latino significa «ciò che è ottenuto per mezzo di preghiere». Il lavoro, in tal modo, da diritto diventerebbe concessione. «La precarizzazione del lavoro fa scomparire la collettività, lasciando l’uomo nella sua isolata individualità» – scrive il filosofo.

                        È proprio da questa isolata individualità che bisognerebbe poter uscire. La soluzione non può ridursi in un immaginario ritorno al fordismo, ma nell’ottenere «diritti permanenti» più che «posti permanenti”.

                          Torniamo ancora a Bruno Trentin che in un recente incontro con gli studenti spiegava: «Una persona oggi non può aspirare ad essere occupata per tutta la vita in uno stesso posto di lavoro. Ma può aspirare ad avere una professionalità sicura. Il che vuol dire una professionalità che cambia continuamente, un aggiornamento continuo delle proprie conoscenze. Vuol dire che cambierà lavoro, ma non perderà in termini di capacità professionale, non perderà sul mercato del lavoro, sarà sempre impiegabile…La competizione si svolgerà sempre più fra chi avrà un maggior numero di cervelli nei posti di lavoro e di cervelli capaci di risolvere problemi».

                            Anche perchè nel mare del precariato, come ha dimostrato anche la recente inchiesta di massa fatta dai Ds in collaborazione con l’Unità («Il lavoro che cambia» con Rieser, Accornero, Carrieri, Damiano e altri) esistono fasce di Co.Co.Co. o Co.Co.Pro. soddisfatti del proprio lavoro. Non è possibile proporre loro la battaglia per diventare salariati. Vogliono mantenere un’autonomia di decisione sul proprio lavoro e la sua organizzazione. Ma chiedono tutele per gli infortuni, per la malattia, per le ferie, per i crediti bancari e, soprattutto, per la formazione permanente. E allora la via d’uscita potrebbe essere quella indicata dal sociologo Luciano Gallino nel volume «Il costo umano della flessibilità». «La possibilità da parte del lavoratore o lavoratrice di scegliere caso per caso la specie e il genere di flessibilità che preferisce». È l’idea «di conferire al maggior numero di lavoratori dipendenti un’autentica possibilità di scelta tra una molteplicità di lavori flessibili e una pluralità non marginale di lavori nomali». Un problema di libertà di scelta, dunque, un percorso di stabilizzazione guidato.

                              Come scriveva la Sinistra giovanile alcuni anni or sono: «La nostra generazione sta da tempo rinunciando al mito del posto fisso, ma non è per questo disposta ad accettare né l’idea di un lavoro qualunque e comunque, né tanto meno l’emarginazione nei ghetti del lavoro sommerso o di una flessibilità contrattuale senza regole. L’obiettivo che proponiamo alla Sinistra è una nuova politica del pieno impiego: non più un posto, ma un percorso di lavoro che contenga la prospettiva di una maggiore stabilità, la possibilità di un miglioramento della propria condizione professionale e sociale».