Vittima del boss? Raccontalo allo sportello

21/07/2003



 
   



Sabato 19 Luglio 2003







 
Vittima del boss? Raccontalo allo sportello
A Torino la Cgil ti può aiutare Cinquecento lavoratori in tre anni hanno raccontato le loro storie fatte di umiliazioni e aggressioni. Le donne sono le più bersagliate in fabbrica e in ufficio, mentre crescono i casi di mobbing tra gli occupati più giovani
EZIO VALLAROLO


TORINO
Vessazioni, umiliazioni, aggressioni verbali e qualche volta anche fisiche. Diverse tra loro, ma tutte storie di mobbing. Oltre 500 in tre anni, raccolte dallo sportello della camera del lavoro di Torino. Tante le persone che si sono rivolte spontaneamente all’ufficio di via Pedrotti – voluto dalla Cgil e gestito dall’associazione Risorsa Onlus – per raccontare la loro storia di violenze e disagi subiti nell’ambiente di lavoro. Il mobbing provoca patologie psicofisiche nelle persone che gravano poi sul servizio sociosanitario e inducono l’individuo a uscire anzitempo dal mondo del lavoro, pesando sugli istituti previdenziali e sottraendo patrimoni professionali alla società. Con un’aggravante: spesso i danni provocati sono permanenti e duraturi nel tempo. Il mobbing viene adottato, sia nelle piccole sia nelle grandi realtà, come strategia volta a ottenere facili dimissioni, affiancata ad un modello di lavoro sempre più precario. Dall’analisi dei dati raccolti – ottenuti comparando quelli elaborati fino al gennaio 2002 con gli ultimi del marzo 2003 – emerge una sostanziale parità tra coloro, uomini e donne, che subiscono questo tipo di vessazione: tenendo presente che il numero di donne lavoratrici è inferiore a quello maschile, la loro presenza tra mobbizzati è decisamente alta. La fascia d’età più colpita è quella che parte dai 41 ai 50 anni – il 37,9% del campione – seguita a breve distanza (32,4%) dalla fascia che va dai 31 ai 40 anni. Cumulando le due fasce si giunge, nel marzo 2003, ad un 58% di mobbizzati tra i 40 e i 60 anni, in leggera diminuzione nei lavoratori dai 20 ai 30 anni. Il fenomeno, quindi, è in preoccupante espansione anche tra i più giovani.

La fedeltà di servizio nella stessa azienda non rappresenta più un valore sentito: se è vero che la fascia d’età più colpita è quella che raggruppa i lavoratori da non più di 10 anni nella stessa azienda – il 50,4% del campione – anche coloro che vanno dai 10 ai 20 anni subiscono una quantità elevata di vessazioni raggiungendo il 27,5% del totale. Ma qual è la categoria più colpita dal mobbing? In assoluto gli impiegati, abbondantemente sopra il 50% dei casi, seguiti a ruota dagli operai con il 34,4%. Il maggior numero delle vittime appartiene alle industrie private – il 61,6% del campione – ma anche nella pubblica amministrazione qualcosa comincia a non funzionare, tanto da raggiungere il 26% dei casi. Tra i privati, ha il primato negativo il settore metalmeccanico (33,5% delle segnalazioni), nel pubblico gli enti locali (10%). Il titolo di studio dei mobbizzati vede una prevalenza di diplomati – il 45% – seguiti da coloro che hanno conseguito la scuola dell’obbligo (40%), senza dimenticare il 7% di laureati.

All’origine del mobbing, nella stragrande maggioranza dei casi, la salute della vittima e la richiesta del rispetto di elementari diritti sul posto di lavoro. A praticarlo, in oltre il 70% dei casi, i «capi» nei confronti dei sottoposti. Torino, sempre più sbiadita capitale dell’auto made in Italy, resta pur sempre sede della più grande multinazionale italiana, la Fiat. Proprio in una delle aziende del gruppo, l’Iveco, si è sviluppata la storia di James – il nome è di fantasia – che presenta caratteristiche interessanti per spiegare come il mobbing venga praticato anche all’interno di un tale colloso produttivo. «Nel 1983 – racconta James – entrai alla Fiat Veicoli Industriali inquadrato come funzionario di 7° livello. Da subito imparai un principio paradossale ma di consueta attuazione in Fiat: se un tuo subalterno ti infastidisce per motivi personali, e non puoi licenziarlo per la stessa ragione, mettilo da parte, non affidargli più incarichi, trattalo come fosse trasparente. Questo mi è personalmente accaduto dopo solo tre mesi che ero entrato in quella che sarebbe poi diventata Iveco Spa».

A causare il primo «turno» (di oltre nove mesi) di mobbing il fatto che James avesse denunciato una situazione di favoritismo di cui godeva un’azienda fornitrice. Risultato, dopo un’inchiesta interna: fallimento della concessionaria e indebito arricchimento del direttore coinvolto, che spostato ad altro ufficio ancora oggi gestisce le proprie attività in seno al gruppo. «Dopo questo primo episodio – continua James – tutto è filato liscio, con mia soddisfazione, fino ai primi mesi del `98. L’arrivo di un giovane responsabile di settore, sommato al fatto di non essere riuscito a soddisfare un nuovo cliente potenziale come richiestomi da un alto dirigente, facevano partire un nuovo periodo di purgatorio. Spostato a nuovo incarico, capii presto che mi avevano preparato un "pacchetto" al solo fine di mettermi da parte e demolirmi psicologicamente. Obiettivo: ottenere le mie dimissioni». «Da allora – conclude James – sono passati cinque lunghi anni, ho subito vessazioni di ogni tipo: la mia postazione pc isolata dalla rete interna per 14 mesi di fila; riunioni a cui ero invitato disdette all’ultimo oppure dove scoprivo di non centrare per nulla; obiettivi fissati un anno dopo l’altro totalmente fasulli. Ma soprattutto, l’obbligo a occupare un ufficio per non fare sostanzialmente niente, con i colleghi più giovani, ignari della mia storia, che mi giudicavano un parassita. Non ho retto: dal `99 fino a buona parte del 2002 sono caduto in un profondo stato depressivo, da cui sto uscendo grazie a validi sostegni psicologici. Intanto ho aperto una causa presso il tribunale di Torino. Una storia, la mia, purtroppo simile a quella di molti altri funzionari in Iveco e nel resto del gruppo Fiat».