Viterbo. E per regalo un lavoro “usa e getta”

26/11/2007
    domenica 25 novembre 2007

    Prima pagina e pagina 37 – Viterbo

    E per regalo
    un lavoro
    “usa e getta”

      Una giornalista che si finge una giovane studentessa in cerca di prima occupazione, magari come commessa, tra i negozi del centro storico viterbese. E’ il test effettuato la settimana scorsa in corso Italia e in altre strade adiacenti, dal quale sono emersi risultati sconfortanti: di posti di lavoro in questo periodo ne vengono offerti a iosa, ma sono tutti per due mesi (il periodo delle festività natalizie) e il più dei datori di lavoro ricorre all’istituto dello stage. Che non è vietato, ma andrebbe applicato secondo criteri molto diversi. Invece, diventa solo un escamotage per il datore di lavoro per pagare poco il dipendente, non offrirgli alcuna garanzia per il futuro e liberarsene a proprio piacimento.

      Il segretario della Filcams-Cgil, Massimiliano Venanzi, non mostra sorpresa per il risultato del test e afferma: «Tutti gli anni, passate le feste natalizie, ricevo segnalazioni di ragazze scaricate da qualche negoziante dopo i 30 giorni di prova, nonostante le promesse fatte all’inizio. Con noi i lavoratori si sfogano, ma non vogliono andare fino in fondo. Perché molti pensano che creare problemi a un datore di lavoro possa poi precludere la possibilità di ottenere una nuova occupazione».

        di FEDERICA LUPINO

        Cercare lavoro. Un dramma per tanti giovani. Non si trova, e quando si trova spesso è precario. Con condizioni da terzo mondo. Abbiamo voluto verificarlo di persona. Così una giornalista è andata a chiedere lavoro tra i commercianti di corso Italia.

        Da consumarsi preferibilmente entro gennaio. Anche i lavori oramai hanno la data di scadenza. E questa non è una novità: ai giovani non resta che rassegnarsi. Quello che a volte stupisce è però come il genio italico si adoperi per "dopare" il precariato. L’idea di questo reportage viene per caso: passeggio per Corso Italia e noto che nelle vetrine ci sono tanti cartelli. L’etichetta recita: “cercasi commessa”. Conto fino a sette. Un’offerta ogni trenta metri. Niente male per una città non certo famosa per la vivacità economica. Potrei segnalarlo a qualche amica, penso. Ma è giusto un attimo: mi rivengono in mente esperienze raccontate nel corso degli anni da chi, dietro a quel cartello, ha visto la speranza di una sistemazione. E invece ha scoperto che pure il lavoro imbellettato dalle vetrine griffate si deteriora. Ancora più in fretta se è sotto Natale.

        Capita così che i trenta giorni di prova previsti dall’apprendistato cadano casualmente a cavallo del 25 dicembre. E che, una volta conclusi, il responsabile del negozio si accorga che: no, quella ragazza non è portata per stare in pubblico. Gira la ruota e ne compare un’altra, anche lei pronta a un mese di collaudo e magari persino fiduciosa che quella sarà la volta buona. Poi, si accorgerà che la Befana spesso porta solo carbone. Che sia chiaro fin dall’inizio: non c’è alcuna intenzione di criminalizzare la categoria. Il lavoro a termine è diffuso ovunque. Ma persino i più disillusi non crederebbero che per vendere perizomi e reggiseno push-up occorra fare uno stage. Tantomeno per consigliare di che colore è lo stivale da abbinare con jeans e minigonne. La normativa lo prevede, è vero, ma non nei modi scelti da alcuni esercizi.

        Ore 17 del 19 novembre: inizia il mio tour nel corso dei Balocchi. Lo faccio spacciandomi per un’aspirante commessa. Mi accompagna Massimiliano Venanzi, segretario della Filcams-Cgil, che di storie da raccontare in proposito ne ha parecchie. E un registratore che è sempre acceso: meglio, in questi casi, documentare tutto. Musica, colori, luci e bella gente: il carosello dell’illusione è vestito a festa. E pronto a fermarsi per far salire giovani, specialmente ragazze, dal sorriso smagliante e dalla spiccata propensione alla vendita. Che poi, come le macchine fotografiche acquistate all’ultimo minuto per il week-end fuori porta, siano usa e getta, conta poco.

        Inizio entrando da Nuna Lie, negozio d’abbigliamento. «Ho visto il cartello cercasi personale sulla porta, devo portare un curriculum?», chiedo a una commessa. «Sì, momentaneamente è per il periodo di Natale, poi sicuramente ci sarà…», risponde non concludendo la frase. «Comunque si tratta di 20 ore settimanali, anzi 28, però momentaneamente dobbiamo iniziare con una ragazza in prova, quindi è da vedere». Un part-time per le festività, pertanto. «Poi si vedrà, c’è da sostituire una maternità – aggiunge – per chi andrà bene verrà fatto un contratto a tempo pieno». «Un apprendistato?», le chiedo. «No, no», risponde.

          Pochi metri e tocca a Skenè: anche qui il cartello. Proviamo. «Ci serve un curriculum, possibilmente con foto», ci dicono. «Per la tipologia ne parlerai con i titolari – aggiunge la signora un po’ scocciata – e può essere per un periodo, come per sempre. Prima devi comunque fare la prova. Poi ti verrà detto tutto». «Quindi se ti confermano o meno?», insisto. «Beh, certo, devi prima lavorare per vedere sia da parte tua che da parte loro se…». Se è diamante, e quindi dura, oppure è bigiotteria. «Entro quando devo consegnarlo il curriculum?». «Tu portalo, perché tanto ancora stanno in prova parecchie persone».

            Proseguiamo con Max&Co: cercasipersonale, 20-28 anni. «Le posso dire solo per gli orari: dalle 9,15 all’1, dalle 4 alle 7 e mezza – esordisce l’addetta alle vendite – e lavoriamo anche la domenica spesso, a dicembre sempre. Sono 40 ore a settimana, ma non so se a tempo determinato o indeterminato, ma comunque non solo per il periodo natalizio. Se ci lasci il curriculum, poi lo facciamo vedere alla nostra responsabile. Se va bene e piace come lavori, si farà un contratto». Potrebbe andare, penso.

              Pochi passi, nuovo giro. È la volta di Salomè, anche qui necessitano di personale. «Devi portare il curriculum, sinceramente non so darti altre informazioni, comunque non è per il periodo natalizio, ma prolungato». La ragazza, molto gentile, altre informazioni non le sa. E giustamente dice di chiedere al titolare, che però in quel momento non c’è.

                Fin qui, tutto sommato, il gioco potrebbe ancora valere la candela: come un’auto in prova, se piaci ti acquistano, altrimenti ti riconsegnano. Poi ho scoperto che girare per la via Condotti della città dei Papi può essere molto educativo: uno stage per vendere mutande, calzini, canottiere e pigiami. Chi lo avrebbe mai detto? Ma Intimissimi offre pure questo. Sarà che nemmeno le mutande sono più quelle di una volta – tra brasiliane, perizomi, culotte e tanga, anche l’intimo è diventato una giungla – e allora serve formare l’aspirante commessa a indovinare al volo qual è l’indumento adatto per ciascun fondoschiena. Fatto sta che entro nel negozio e questo è ciò che trovo: «Ho visto l’annuncio cercasi commessa», dico a una delle addette alla vendita. «Sì, è per il periodo di Natale. Quanti anni hai?», chiede. «Quasi 27». «Stiamo cercando una ragazza piuttosto piccola come stagista. Tu hai lavorato già in qualche negozio?». «No». «Mai lavorato?», insiste. «No, sto ancora studiando». «Serve che non abbiano lavorato – scandisce a chiare lettere – se sono state gia segnate per altri lavori non… Comunque è per dicembre e gennaio». Sotto l’albero di Natale, un bello stage infiocchettato. «E il compenso?». «Non lo so». Così è, se vi pare.

                  Esco, perplessa. Ma non ho nemmeno il tempo di ragionarci, e trovo un altro annuncio, affisso al Try Me di piazza delle Erbe. Entro, chiedo informazioni, ma la ragazza sembra insospettita e mi liquida in pochi secondi: «Devi lasciare il curriculum. Non cerchiamo per Natale ma una persona fissa, dopo un periodo di prova». Imbocco con Venanzi via Saffi, dove rimanda il cartello posto all’inizio del corso sul negozio di scarpe di prossima apertura, Eleonora. «La responsabile è uscita», la aspettiamo. Pochi minuti ed eccola arrivare. «Cerchiamo anche persone per il periodo natalizio», mi dice. «Per un mese?», azzardo. «Sì, però sostanzialmente cerchiamo una persona fissa». «A tempo indeterminato, quindi?». «Beh, a tempo indeterminato è troppo presto, anche perché ci sono periodi di prova. La dislocazione che verrà dipende. Teoricamente sarebbe full-time, però ci si può venire incontro». Bene, «ma non è che si tratta di uno stage?», provo a dire. «Dipende dall’esperienza», mi spiega. Cioè? «Se una persona ha esperienza è diverso. Se non ha mai lavorato, allora ti tocca lo stage, sicuro. Abbiamo un’altra ragazza in prova». «E il compenso di una stagista?». «Quello poi… portato il curriculum, facciamo un colloquio e poi parli con Eleonora e lei valuta se farla diventare una prova o no». Grazie, arrivederci.

                    Il carosello si ferma. Scendo un po’ stordita. E mi dico: quest’anno i regali di Natale dovrò farli altrove.