Vite senza regolarizzazione

29/01/2003




29 gennaio 2003

          Vite senza regolarizzazione
          Gli orrori della Bossi-Fini: impossibile assumere gli immigrati che hanno già il «cedolino»
          La protesta Cgil, Cisl e Uil hanno annunciato ieri due settimane di mobilitazione contro i danni che sta causando la sanatoria. Il 24 e il 25 febbraio manifestazione nazionale

          CINZIA GUBBINI


          ROMA
          Vuoi assumere un immigrato che ha in mano il cedolino della regolarizzazione? E vuoi anche pagare onestamente i contributi? Niente da fare. L’immigrato che hai davanti non è un «normale» immigrato, bensì un
          regolarizzando, nuova «specie» coniata dal governo di centrodestra che presenta alcuni tratti costitutivi: vita sospesa fino alla convocazione in Prefettura (il ministero promette entro un anno, ma non ci cerde nessuno), alcun diritto riconosciuto formalmente. Neanche quello di scegliersi il lavoro che più piace, ovviamente portando sonanti euro nelle casse dell’Inps per il sostentamento della società anziana di uno dei paesi del G8. A tre mesi dalla chiusura della regolarizzazione targata Bossi-Fini chi ha deciso di partecipare rischia la fregatura. I tempi tecnici per la conclusione della sanatoria si prospettano lunghissimi e nel frattempo datori di lavoro e lavoratori sono stretti l’un l’altro a doppio filo. Cgil, Cisl e Uil hanno diramato ieri un comunicato unitario in cui promettono due settimane di «mobilitazione presso le prefetture e gli uffici provinciali del lavoro» che culminerà in un presidio nazionale al ministero del lavoro il 24 e il 25 febbraio. «La legge Bossi-Fini è nel caos, il sistema operativo è in tilt, a due mesi dalla scadenza dell’11 novembre sono stati regolarizzati solo qualche migliaio di lavoratori» nel frattempo, denunciano i sindacati «si acuisce la drammaticità della condizione dei lavoratori extraconmunitari che non possono uscire temporaneamente dal paese e, quindi, sono segregati e in balia di un mercato del lavoro estramamente mobile. Gli stessi datori di lavoro – conclude il comunicato – che volessero comportarsi correttamente sono letteralmente inibiti dalle incongruità della legge».

          Se gli stranieri sono i primi a pagare sulla propria pelle gli scotti di una regolarizzazione nata male, va anche detto che un onesto datore di lavoro ha la sua gatta da pelare. Se per esempio, e si tratta di centinaia di casi in Italia, una persona vuole assumere una colf che è stata regolarizzata da qualcun altro, non può farlo. Al ministero dell’interno sono chiari: «E’ necessario aspettare che arrivi la convocazione dalla Prefettura, presentarsi con il vecchio datore di lavoro, e allora sarà rilasciato un permesso di soggirono di sei mesi per ricerca di occupazione». Se si obietta che i tempi si annunciano lunghissimi, e che non si capisce perché uno debba aspettare, se ha già un’altra offerta di lavoro la risposta è: «Bisogna capire che in questo modo si aprirebbe la porta a una marea di truffe». Piuttosto, ed è scontato, in questo modo si apre la porta a una nuova ondata di lavoro nero. I maligni sostengono che questo è un modo bello e buono per affossare la sanatoria: un contentino dato in pasto a coloro che osteggiavano la Bossi-Fini (anche nella maggioranza) e che alla fine porterà al rilascio di pochissimi permessi di soggiorno. «Si tratta di un’assurdità – osserva Piero Soldini della Cgil – una circolare del ministero dell’interno chiarisce che è possibile cambiare lavoro solo se decede il datore di lavoro o se si viene licenziati. Mentre tutti sanno quanto è mobile il mercato italiano». Dalla Cisl di Milano Stefano Lesmini lancia l’allarme: «La post sanatoria è molto peggio della pre sanatoria. Qui abbiamo file di gente tutti i giorni. Perché poi c’è il caso degli immigrati che decidono di licenziarsi, e le storie sono assurde. I datori di lavoro continuano a dimezzare la busta paga per "riprendersi" i contributi, per esempio». Il caso del lavoratore che decide di licenziarsi non è neanche considerato nella circolare del ministero, figurarsi. Il prefetto Anna Maria D’Ascenzo, intervenendo in una trasmissione televisiva, ha soltanto detto che «valuterà il prefetto competente». Dove non riesce ad arrivare l’anchilosata politica di centrodestra, arriva il senso pratico di alcuni prefetti. A Bergamo, per esempio, la Prefettura e l’Inps hanno deciso di accettare il cambio del datore di lavoro. E’ già successo nel caso di dieci egiziani, che hanno cambiato ditta regolarmente. E nelle casse dell’Inps continuano ad arrivare i loro contributi.