Vita e avventure nel paese di oggi

24/06/2002

  Il commento




24.06.2002
Vita e avventure nel paese di oggi

di 
Gianni D’Elia


 La Confindustria è come la Corea del calcio (di regime): frega.
Non vale la pena parlare di calcio, ci sono cose più importanti? In realtà, è tutto legato. Lo spettacolo del potere è unico, ed è quello della servitù economica. Così, nella piazza di Pesaro, gli operai che stanno in cordone, tenendo lo striscione del sindacato Cgil («Siamo troppi ingrati e farabutti/D’Amato licenziaci tutti»), e si fanno sentire con attrezzi sonori e megafoni, con tanti cartelli scritti a mano, come sandwich rimati, puntando i finestroni aperti del Palazzo (Ducale, meraviglia di Francesco Laurana, raggiunto poi nel 1910 da una sfilza di merli, che medievalizzano l’aureo Quattrocento), questi operai e operaie, cittadini, che sanno che dentro il Palazzo c’è D’Amato a convegno (in realtà, il presidente non c’è, ma ha mandato il suo vice), vogliono il rispetto. Questo dice il volantino: un rispetto di classe per il lavoro e il diritto sindacale. E invece no, questa borghesia italiana è proprio come la commedia all’italiana l’ha ritratta nel cinema, anche d’impronta politica. Occhieggiano dai tableaux le lettere che compongono il nome di Ettore Scola, cui la Mostra del Nuovo Cinema dedica quest’anno la sua retrospettiva. Il cinema italiano migliore viaggia, documenta: Genova, ora la Palestina. Riusciranno i palestinesi a fermare il loro terrorismo? Gli intellettuali palestinesi hanno ricevuto una risposta a questa domanda dai capi del terrore: traditori. Per avere chiesto di smettere gli attentati suicidi e omicidi, che servono solo a rafforzare la guerra di Sharon. Riusciranno a salvare la resistenza, contro la guerra e l’ideologia della morte? Il nemico è interno. E vale anche per Israele, che ce l’ha interno al governo. Terrore. Interno al movimento. Come negli anni 70 in Italia, solo la sua distruzione ha salvato la democrazia, ma rafforzando il sistema di potere economico e politiche la minaccia di continuo, oggi.
È tutto legato. L’arbitro venduto, che con protervia cronometrica ammonisce grappoli di giocatori, assegna rigori, li nega, espelle chi viene falciato in area, fa quello che sta facendo Berlusconi con la democrazia italiana, con i cittadini del quarto stato, con i giudici, i giornalisti critici, gli artisti non allineati.
Essere di sinistra oggi è un po’ come essere extracomunitari, questa è l’aria che tira, in un paese che non ha digerito il fascismo a caso. E anche il clericofascismo. Non si concepisce la libertà degli altri, ma solo la propria. Il modo di essere e di vivere è ancora giudicato un motivo di esclusione da certi diritti fondamentali. Siamo tutti incivili, non cittadini, senza cittadinanza culturale. Dopo Genova, che è servita a criminalizzare il dissenso giovane, con la volontà d’ammazzarlo nei fatti, è toccata al sindacato, che Berlusconi è riuscito a dividere. Ora anche Cofferati è fuori della Città, e i milioni di iscritti alla Cgil sono milioni di oppositori, considerati da questo potere come non cittadini. La non cittadinanza della sinistra è cominciata, però, con la non cittadinanza delle idee di sinistra, all’interno della stessa sinistra dominate. Ricostruire una cultura del sociale e dei diritti, di ripudio della guerra e dello scambio solidale, sarà ancora più difficile se passerà la linea degli industriali al governo. Questi fregano, come la Corea del calcio (di regime). La loro è Piazza Affari, non Piazza del Popolo, direbbe Fortebraccio. E noi non giochiamo poi troppo bene. È tutto legato, ragazzi.