Virgin senza vetrine in Italia

08/04/2004

      sezione: ECONOMIA ITALIANA
      data: 2004-04-08 – pag: 18
      autore: SIMONE FILIPPETTI
      Fallimenti / Lauretta Alessi, così svanisce il sogno della musica
      Virgin senza vetrine in Italia
      Mancano gli acquirenti per gli otto megastore chiusi da dicembre
      MILANO • Holding domiciliate a San Marino, società senza fatturato e l’ambizione di un’imprenditrice romagnola di sfondare nel mercato discografico. Un eterogeneo mix di ingredienti che ha portato al fallimento della Virgin Italia: a farne le spese otto negozi sparsi per il Paese e circa 70 dipendenti. La filiale italiana della multinazionale inglese di Richard Branson, acquisita più di un anno e mezzo fa dall’allora semisconosciuta Lauretta Alessi, è finita in tribunale sopraffatta dalle perdite.
      Partita dalla Riviera, la signora dei dischi è arrivata a diventare padrona di una delle principali catene di musica d’Italia (accanto alle Messaggerie Musicali e ai Ricordi Media Store). Ma il sogno è andato presto in frantumi. La storia professionale di Lauretta Alessi inizia negli anni ’70 ed è simile a quella di un’altra romagnola, Gabriella Spada, la cui creatura — Giacomelli Sport — è in amministrazione straordinaria. Il suo primo lavoro la Alessi lo trova alla Dimar, un negozio di dischi di Rimini. Qui inizia a destreggiarsi nel business della distribuzione musicale. Lì rimane undici anni, poi tenta l’avventura in proprio nel settore discografico. «Era una ragazza tenace — ricorda Bruno Focchi, proprietario della Dimar — ma forse questa volta ha fatto il passo più lungo della gamba». Fonda infatti alcune società (Genesi, Genesisound. com) e apre alcuni negozi, a marchio Music Stores, lontani però dal colosso Virgin perché il gruppo Alessi, nel 2002, ha un giro d’affari modesto, di appena 6 milioni di euro, rispetto agli oltre 11 milioni della preda. Il bilancio delle attività musicali brilla per redditività: la Genesi Srl e la Genesisound.com, nel 2002, hanno i conti in rosso per circa 500mila euro e debiti complessivi per oltre 2 milioni. Curiosamente nel piccolo impero compare anche una Venere srl, società all’ingrosso di profumi, che nel 2001 e nel 2002 non ha prodotto un centesimo di ricavi; ma ha perdite per circa 3mila euro. Per la Alessi la Virgin rappresenta il gran salto: i megastore italiani cercano un socio locale e la manager romagnola coglie al volo l’occasione. Per acquisire la Virgin Retail Italy, nell’estate del 2002, la Alessi si serve di una società domiciliata a San Marino, la Titansound Sa, fondata nel 1986. Ma fin dal suo arrivo la Alessi ha di che rimboccarsi le maniche. Nel 2001 Virgin Italy dichiara ricavi per 13 milioni, ma anche perdite per più di 600mila euro. Quello che preoccupa è la situazione patrimoniale: appesantita da debiti per 4 milioni, l’azienda si trova schiacciata perché già allora non c’erano più mezzi finanziari (il patrimonio risulta in rosso per 250mila euro). La cura Alessi funziona solo in piccola parte. A fine del 2002 il fatturato è in calo (a 11 milioni di euro), anche se compensato dalla riduzione delle perdite (450mila euro).
      Anche il patrimonio risale un poco (il rosso scende a 85mila euro), ma non serve a molto e nel 2003 la situazione peggiora fino al crack di fine anno.
      La stessa Titansound viene dichiarata fallita già nel novembre 2003: nel frattempo Autogrill, proprietario del negozio Virgin di Milano, sede del primo megastore aperto italiano nel 1991, ha presentato istanza di fallimento per il mancato pagamento dell’affitto per il quale la società aveva accumulato più di un anno di arretrato. Problemi c’erano anche con la casa madre londinese, che reclamava il mancato pagamento delle royalties per lo sfruttamento del marchio Virgin. Ulteriori problemi sono poi sorti sul fronte sindacale per licenziamenti ritenuti ingiustificati (e il tribunale nei mesi scorsi ha dato ragione ai dipendenti), ricorso a lavoro interinale e interposizione di manodopera. Fino alla clamorosa e improvvisa chiusura del megastore di Piazza Duomo, poco prima di Natale. Il futuro dei Virgin megastore è a tutt’oggi incerto: il curatore fallimentare sta ancora lavorando per calcolare l’entità del passivo e i negozi continuano a rimanere chiusi. Tutti i giorni davanti allo store di Milano si forma un piccolo capannello. Curiosi, ma non solo: c’è chi spera in una svendita per liberare i magazzini e racimolare un po’ di liquidità. Altro che cd contraffatti.