Vinceranno i sì perché non ci sono alternative migliori”

16/06/2010

Fa un caldo afoso e tagliagambe, nella piana agricola dove sorge la fabbrica «Giambattista Vico». È quasi l’una, e cominciano ad arrivare gli operai del secondo turno, che attacca alle due di pomeriggio. Per tre giorni, dopo tanti giorni inoperosi in cassa integrazione, in 2.600 lavoreranno per produrre un po’ di Alfa 159; poi torneranno a fermarsi per un altro mese. Fuori dai cancelli dell’ingresso due c’è una piccola folla di giornalisti. Ci sono i militanti della Fiom-Cgil e dello Slai-Cobas a distribuire volantini, poi si vede anche il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero. Verso le due, poi, escono (non sono molti) quelli del primo turno, che hanno attaccato alle sei. Pigliano i volantini, sorridono un po’ imbarazzati, preferiscono allontanarsi in fretta. Questi lavoratori dovranno presto decidere che fare il giorno del referendum sull’accordo che apre la strada all’investimento della «Fiàt» e alla nuova organizzazione del lavoro su 18 turni compresa la notte. Nell’aria si sente la vittoria dei «sì», chissà con quali proporzioni. Pochi hanno voglia di parlare; i più non vogliono farsi notare, qualcuno ha paura. Agli altri diamo qui la voce.
«Certo che voto sì al referendum, ma è una dittatura – dice F., operaio del montaggio, non iscritto al sindacato – sicuramente vinceranno i sì, ma non c’è niente da fare. L’ultimo giorno di lavoro normale io l’ho fatto il 31 luglio del 2008. L’azienda ci prende per il collo, ma non ci sono alternative». Giuseppe Limoncelli è un «team leader» di una piccola squadra ed è un iscritto della Fim-Cisl. Anche lui voterà sì. «E così faranno anche molti miei compagni di lavoro. Lavorare su 18 turni e pure di notte non mi fa paura, l’ha fatto per tanti anni anche mio padre, che lavorava in ospedale, non mi pare un problema. Voglio dire: è vero che l’azienda ci ha messo spalle al mure, che è un mezzo ricatto, ma a me non mi sembrano condizioni di lavoro impossibili». V. è un operaio iscritto alla Fiom, e la vede così: «I diritti dei lavoratori non si toccano, non esiste che anni di lotte dei nostri padri spariscano così. Io voto no, mi trasferissero pure a Nola se vogliono». A Nola, a quindici chilometri, c’è un polo di logistica del gruppo Fiat. Ci lavorano in 300, tutti sindacalizzati o considerati «problematici»: gli operai Alfa lo definiscono una specie di «reparto confino». A Nola, ad esempio, ci sta mezzo Slai-Cobas, un piccolo sindacato di base. «Le organizzazioni confederali – tuona Luigi Aprea, delegato Rsu dello Slai – dimenticano che nell’assemblea del 14 maggio mille lavoratori hanno votato la nostra mozione di condanna del piano Marchionne. Il referendum? Noi diremo di non votare». «Io non ho mai fatto un giorno di malattia – dice Gerardo Attanasio – e non sono d’accordo con questa nuova organizzazione del lavoro. Mia figlia mi dice che vuole un padre vivo, presente in casa, e questi turni non vanno bene. Io voto no». G. è iscritto alla Uilm, uno dei sindacati favorevoli all’intesa, e secondo lui con la nuova organizzazione del lavoro si guadagnerà troppo poco. «Ci daranno 3.200 euro lordi all’anno in più, sono 160-180 euro in più al mese. Poco. Io non lo so che farò, ma penso che vinceranno i sì». Qui a quanto pare parlano solo i critici. C’è anche uno dell’Ugl, Mario Silvestro. «E’ tutto un trucco di Marchionne – e ce lo spiega – la Panda viene a Pomigliano perché non sono riusciti a farla altrove. Andremo avanti due anni, e poi un bel giorno la Fiat dirà: peccato, la scommessa è andata male». Uno invece straconvintissimo della bontà dell’intesa è Carmine Volpe, iscritto ed «esperto» della Uilm. «Siamo stanchi di tutte queste tarantelle – spiega – vogliamo rimboccarci le maniche e cominciare a lavorare. Questa fabbrica diventerà il fiore all’occhiello del gruppo Fiat, e sarà anche merito del sindacalismo responsabile».
A volantinare per la Fiom c’è anche Giuseppe Dinarelli, l’operaio «laureato e giovane», cui è stato attribuito un sì all’accordo. «Macché, io prima del voto del Cc Fiom ho detto: diamo un segnale di apertura, invece di “no, ma”, scriviamo “sì, a condizione che”. La Fiat non può imporci un prendere e lasciare, sarebbe un segnale per Sacconi e tutte le aziende che non aspettano altro». Ma la Fiom ha azzeccato tutte le mosse? «Beh – ammette Giuseppe – diciamo che abbiamo dato un po’ l’alibi alla Fiat di far pensare che noi eravamo contrari a tutto».