Viale Somalia, l’ultimo fortino della lira

03/10/2005
    lunedì 3 ottobre 2005

      Pagina 14

      Viale Somalia, l’ultimo fortino della lira

        Nel quartiere di Roma i negozianti accettano le vecchie banconote e fanno fortuna

          reportage
          Giacomo Galeazzi

            ROMA
            Hanno iniziato i grandi magazzini (ma solo per acquisti superiori alle 100 mila lire) seguiti a ruota da profumerie, negozi di abbigliamenti, bigiotterie, botteghe di cornici. E così a Roma, nel «quartiere Africano», è nato il «distretto della lira», dove la gente accorre per fare la spesa con le monete e le banconote fuori corso. L’euro non è ancora riuscito a conquistare il loro cuore e i nostalgici del vecchio conio fanno la fortuna dei commercianti di viale Somalia. «In tanti trovano il denaro nei cassetti, nelle borse dimenticate in fondo all’armadio, nelle case al mare e vengono qui perché non sanno che farsene», spiega Vilma Ceccaroni, 57 anni, titolare della profumeria «Tiffany».

              Un successo inaspettato quanto clamoroso, che nasce, però, soprattutto da un equivoco. «La lira ha cessato di avere corso legale il 1° marzo 2002 ma in circolazione ce ne sono migliaia di miliardi – affermano alla Banca d’Italia – molta gente non sa, infatti, che le banconote possono essere cambiate in euro fino al 2012, senza alcun costo, nelle nostre filiali provinciali». Intanto la scritta sulle vetrine «Si accettano pagamenti in lire» è diventata la gallina dalle uova d’oro di questa oasi «pre-moneta unica europea» della zona nord della capitale. Qualcuno arriva addirittura con le 100 mila lire del 1978, firmate dall’allora governatore Paolo Baffi, ma deve rimetterle nel portafoglio perché ormai da anni fuori corso. Gli altri si limitano a offrire in pagamento le banconote più recenti e hanno maggiore fortuna. «Permettiamo di fare compere in lire per rendere un servizio alla nostra clientela- spiega il proprietario della bigiotteria “Beauty & Beauty”- ma abbiamo inventato il “doppio corso” anche per intercettare risparmi che languono nei salvadanai e che difficilmente verrebbero convertiti in euro e destinati ai consumi».

                Un servizio che è anche un ottimo affare. Del resto, appena un anno fa, sotto i materassi degli italiani giacevano ancora, secondo i dati diffusi da Bankitalia, ben 459 milioni di banconote in lire, per un corrispettivo in euro pari a 1201 milioni, che, ragionando in lire, fa circa 2300 miliardi. Una mole di denaro colossale, ancora valida fino al 28 febbraio 2012, quando Palazzo Koch dirà la parola fine al «changeover». Una montagna di soldi, in larga parte spiccioli, che può ancora essere utilizzata negli esercizi commerciali che non si arrendono alla moneta unica. «Incassiamo fino a 400 mila lire al giorno – precisa Vilma Ceccaroni- non ci penso proprio a interrompere la doppia circolazione euro-lira. Per noi si tratta di un entrata ormai regolare, che non sembra subire flessioni col passare del tempo. Anzi». I gestori, quindi, accettano volentieri le vecchie banconote con i protagonisti del genio italico, dalla Maria Montessori delle 1000 lire al Caravaggio delle 100 mila, e si occupano poi di convertirle agli sportelli della Banca d’Italia.

                  In viale Somalia, infatti, dall’avvento della moneta unica non si è mai smesso di accettare anche il vecchio conio, tra crescenti consensi. Specialmente gli anziani non ne hanno ancora voluto sapere di abbandonare le vecchie facce note a vantaggio delle fredde architetture che campeggiano sul denaro europeo. E spendere in lire è pure un rito.
                  Alcuni, raccontano i commercianti, hanno spolverato i cassetti di famiglia o hanno rotto il salvadanaio e si sono presentati nei negozi persino con le antiche monetine da cinque lire.

                    «La maggioranza non sa come fare per cambiare il denaro, per questo vengono da noi – precisano in un negozio di chincaglieria – temono la burocrazia e non ci danno retta neppure quando li informiamo che basta compilare una distinta alla Banca d’Italia. Cinque minuti e si esce con gli euro in tasca. Niente da fare. Preferiscono utilizzarli per fare shopping e noi, ovviamente, ce ne rallegriamo. Sapesse quanti nuovi clienti abbiamo trovato così». Un Eldorado di monetine.

                      «L’altra leggenda metropolitana è che valga tuttora solo il denaro cartaceo – sottolinea un negoziante di viale Somalia – ma non è vero: teniamo sotto il bancone l’elenco dei tagli che vengono ancora cambiati e accettiamo pure gli spiccioli. Il venerdì li andiamo a convertire in euro». Perciò, come in una macchina del tempo della numismatica, capitano borsellini pieni di 20 mila lire in carta (in circolazione in Italia tra il 1975 e la metà degli Anni Ottanta) o addirittura di 5 lire Delfino del 1956.

                        «Ogni volta che sono stato tentato di togliere dalla vetrina il cartello “Si accettano lire”, c’è sempre stato qualcuno che mi ha subito fatto cambiare idea chiedendo di pagare col vecchio conio – precisa il titolare del «Beauty & Beauty – vorrà dire che continueremo per i prossimi sette anni, fino a quando sarà consentito».

                          Divisa unica
                          molte polemiche

                          Le polemiche sull’euro iniziano da subito. Appena arrivata nei portafogli degli italiani – gennaio 2002 – la moneta trova subito nemici acerrimi nei ministri Tremonti, Martino e Bossi, e nello stesso governo Berlusconi, uno strenuo difensore nel ministro degli Esteri Renato Ruggiero. I prezzi alle stelle dei mesi successivi e la difficoltà di molti a gestire l’euro non facilitano il suo percorso. Così nell’agosto 2002, arriva un primo tentativo di mettere un freno al «caro euro»: l’ipotesi di chiedere alla Ue l’euro di carta. «Si tende a non dare valore alla moneta di metallo» dice Giulio Tremonti, aggiungendo: «Alla banconota invece si dà valore». Sui rincari eccessivi del dopo euro interviene anche Prodi nel dicembre dello stesso anno: «Aumenti? La moneta è solo uno strumento, la colpa è dei mancati controlli». A non placare gli animi ci si mettono i «conti» della Confederazione agricoltori che lancia l’allarme a novembre 2003: in 22 mesi ogni famiglia ha speso in più 1694 euro per la spesa alimentare, 77 euro in più al mese. Ci pensa poi il presidente Ciampi a difendere la moneta unica durante una visita a Livorno, nel gennaio 2004: «Reagite contro gli speculatori». Una dichiarazione che arriva a pochi giorni dall’ennesimo scontro Berlusconi-Prodi sul «caro euro» e sulle responsabilità. L’euro ha poi sempre avuto un nemico giurato e inossidabile: la Lega. Il Carroccio non ha mai nascosto i progetti di ritorno alla lira, diventati più evidenti a giugno di quest’anno con le dichiarazioni dei ministri Roberto Maroni e Roberto Calderoli: torniamo alla lira agganciandola al dollaro.