Viaggio tra i giovani dannati della pensione

23/09/2003



Lunedì 23 settembre 2003



Allarme previdenza

Viaggio tra i giovani dannati della pensione
Per autonomi e collaboratori l’assegno pubblico coprirà solo il 40% del reddito. Dipendenti meno colpiti, ma solo lavorando fino a 65 anni

      Vivere a mezza pensione. E, nei casi estremi, ci vorranno addirittura quattro o cinque rate di pensione per pareggiare le entrate di un solo mese di lavoro. Ecco il baratro dove, inconsapevolmente, molti giovani stanno piano piano precipitando. Una certa fatica a inquadrare il problema è ammissibile, visto che l’abisso si aprirà sotto i loro piedi tra il 2030 e il 2050. Forse è meno ammissibile, se ai padri interessa il destino dei figli, il fatto che nel dibattito sulla riforma per i pensionati di domani non ci sia stato quasi mai posto. Tutte le discussioni e le ipotesi d’intervento, con le conseguenti polemiche, si sono incentrate sull’anzianità, cioè sulla sorte di chi è vicino al traguardo. E quindi, tutto sommato, sulle paure di una categoria di privilegiati sia perché staccano in anticipo, sia perché sono sicuri di avere una rendita tra il 70 e l’80% della retribuzione. Anche più dell’80%, se si tien conto che da pensionati non pagano più i contributi (9% circa dello stipendio).
      Basta invece dare un’occhiata ai sei profili di lavoratori tipo pubblicati qui a fianco per capire che l’emergenza – di cui non si parla affatto – stia da tutt’altra parte. Il campo previdenziale, quando questi numeri diventeranno realtà, si trasformerà in un campo di guerra tra generazioni. Con milioni di giovani destinati, in un futuro nemmeno poi così lontano, a vivere alle soglie della povertà. Come veri e propri dannati della pensione.

      DIPENDENTI – Anche se avranno la rendita calcolata con il sistema contributivo sono, tutto sommato, tra i più fortunati. A due condizioni: devono accumulare almeno 40 anni di contributi – e quindi lavorare fino a 65 anni di età – per avere una rendita paragonabile a quella che i loro genitori hanno ottenuto a 57-60 anni e con 35 di anzianità alle spalle. Seconda condizione: non avere nessun buco assicurativo. Il regime contributivo, infatti, è stato disegnato per chi inizia a lavorare da giovane e ha una carriera continua, mentre un’interruzione lavorativa o un’ingresso ritardato costeranno cari. Secondo calcoli dell’Inpdap, ad esempio, dopo 40 anni di lavoro e a 65 di età la pensione arriva al 64% dell’ultimo stipendio, con 35 di attività il tasso di copertura scende al 56% e con 30 non arriva nemmeno al 49%. I valori sono diversi da quelli dei nostri profili (vedi sched e) perché l’Inpdap considera già la revisione dei coefficienti di calcolo in base alle maggiori speranze di vita. I calcoli dell’Irsa, l’Istituto di ricerca promosso dalle imprese assicurative e dall’Ania, utilizzano invece i parametri attuali.
      Sui dipendenti pesa anche un’altra incognita: la decontribuzione prevista dalla legge delega di riforma del sistema previdenziale. Ipotizzando un’aliquota di computo del 28% invece del 33% il tasso di copertura della pensione è destinato a scendere di 8-10 punti. È vero che la stessa legge delega prevede un intervento dello Stato per coprire questi cinque punti di differenza, ma è difficile pensare che l’aiuto sia duraturo. L’unica ancora si salvezza è il Tfr che, impiegato nei Fondi pensione, potrebbe consentire di guardare al futuro con un minimo di angoscia in meno. Ma anche in questo caso dovranno sommare pensione e Tfr per incassare quello che le generazioni precedenti ottenevano solo dall’Inps.

      COLLABORATORI – La loro è una vera e propria emergenza biblica. A cui, purtroppo, non sembra esserci una via d’uscita: l’aliquota contributiva (19% secondo la riforma in discussione) è troppo bassa per poter garantire una pensione pubblica dignitosa. Anche ipotizzando 40 anni di lavoro, la coperta arriva al 40% dell’ultimo reddito. I tassi per chi si ritira a 57 e 60 anni sono da indigenza: 23-28%. L’attività dei co.co.co. – destinati a trasformarsi in lavoratori a progetto – è quasi sempre improntata alla massima flessibilità, carattere questo che mal si concilia con le regole del regime contributivo: basterà saltare qualche mese di contribuzione per vedere scendere ulteriormente una rendita già minima. Inutile fare affidamento sul secondo pilastro: i redditi dei collaboratori sono così bassi che è difficile ipotizzare una possibilità di risparmio adeguata.

      AUTONOMI - Si trovano nella stessa situazione dei collaboratori: bassa aliquota contributiva (20%), bassa pensione. Anche tra gli scaffali, insomma, l’allarme rosso è già suonato.
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Domenico Comegn