Viaggio dentro Amazon.it

30/12/2013

Si chiama Mpx5. Sessantamila metri quadri costruiti appositamente da Amazon per la sua prima “casa” italiana. Siamo a Castel San Giovanni, provincia di Piacenza. Nel mese di dicembre, da qua sono transitati più di un milione di regali natalizi, scelti sul sito amazon.it
Il giorno di picco per l’unico “fulfillment” (centro di distribuzione) italiano è stato il 16 dicembre, quando le pistole dei mille lavoratori hanno raccolto, archiviato, impacchettato e poi spedito (in-bound, pick, pack, outbound) ben 158mila articoli. Le settimane di picco sono le più dure, quelle in cui si lavora di più e più sotto pressione: “La brutale crescita sotto Natale, tipica dell’e-commerce” racconta un lavoratore.
Gli gnomi di questa versione tecnologica di Babbo Natale sono in gran parte assunti alla bisogna: contratto in somministrazione di due settimane e via. Le possibilità di essere confermati sono pochissime. “Su mille lavoratori che vengono selezionati con i test attitudinali dall’agenzia Adecco di Castel San Giovanni solo una decina vengono assunti e solo un paio stabilizzati”, racconta Mattea Cambria che per la Nidil Cgil tiene loro i corsi di formazione in cui spiega diritti e contratti. Dopo settimane di prove e corsi, al loro ingresso nel magazzino i dipendenti vengono accolti dalle frasi e dalla filosofia aziendale globale. I cerchi verdi con la scritta “Work hard, have fun, make history” (“Lavora duro, divertiti, costruisci la storia”) accompagnano i loro primi passi nell’enorme capannone.

“Sì, ti invitano subito a cene sociali, tombole, corsi, feste di Halloween. Ma non sei obbligato ad andarci e io non conosco nessuno di quelli con contratti da due settimane che ci siano andati” racconta un altro lavoratore. I lavoratori a tempo parlano malvolentieri e chiedono di restare anonimi. “Il magazzino è una enorme catena di montaggio dove tutto è coordinato e si è continuamente controllati tramite la ‘pistola elettronica’ con cui lavori. Se non fai un tot di prodotti all’ora hai un feedback negativo e il lead (il caporeparto) ti riprende. Si lavora con il patema d’animo perché se sei lenta vieni subito ripresa. Io ho dovuto trattenere le lacrime parecchie volte. Facevo la commessa e non ho trovato altro, è la crisi che mi ha fatto accettare un lavoro come questo a 250 euro a settimana”, racconta Giulia, 40 anni di Voghera.

“Per un solo prodotto si può camminare anche per 800 metri, ma la fatica per me è stata soprattutto mentale perché sei sempre sotto pressione. Mi è capitato più di una volta di leggere un bin (codice) per due volte, bloccando la pistola. Per sbloccarla devi andare dai capi (i lead, che si riconoscono per la casacca fosforescente), che naturalmente ti riprendono”, racconta Mauro, 44 anni di Lodi. “Con un lavoro come questo di sicuro uno a 70 anni non ci arriva, si rompe le ossa prima”.
Non esiste nessun altra fabbrica in Italia con una percentuale simile di lavoro precario, sebbene concentrato nel tempo. Su mille operai ben settecento sono precari. Girando per gli enormi capannoni, seguendo il percorso di un qualsiasi regalo, i badge azzurri che distinguono gli assunti a tempo indeterminato sono come mosche bianche. Gli altri hanno tutti un badge verdino. In queste settimane il gigante di Jeff Bezos è stato al centro di una grande tempesta mediatica. Libri, articoli, racconti di giornalisti che hanno lavorato in anonimato all’interno dei magazzini raccontando di sfruttamento e vessazioni. Eppure, al netto del sentirsi “un Charlie Chaplin del terzo millennio, con i tanti chilometri da percorrere per reperire ogni articolo e una ‘pistola elettronica’ al posto della chiave inglese con cui stringere i bulloni alla catena di montaggio”, come sintetizza Mauro, a far la differenza anche con il resto d’Europa è la scala di grandezza e la tanto vituperata legislazione sul lavoro nostrana che rende Amazon Italia ancora (ma chissà per quanto) una multinazionale a misura d’uomo.

Certo, si lavora e tanto. Due turni da 8 ore: dalle 6 alle 14 e dalle 14 alle 22. Ma lo straordinario è poco e facoltativo. L’e-commerce in Italia infatti è ancora fanalino di coda in Europa: 3% delle vendite retail rispetto al 10% del Regno Unito, all’8,6% della Germania (che ha 8 magazzini) e al 4,5% della Francia (che ne ha quattro). Il tutto si tramuta in meno volumi, in meno articoli. E quindi in meno stress per i lavoratori. Certo, si guadagna poco: “La mia busta paga media è di 1.200 euro al mese”, risponde Serena, che lavora a Castel San Giovanni da un anno. Ma il confronto con Francia e Inghilterra resta positivo. Ed è positivo soprattutto il confronto con la “valle della logistica”, la Val Tidone, spicchio della Val Padana piacentina diventata, grazie alla posizione centrale e strategica, il centro numero uno per i corrieri.

Lo riconoscono anche i sindacati: Amazon ha scelto di applicare il contratto del commercio, sensibilmente migliore di quello della logistica, applicato nella gran parte dei capannoni limitrofi, “specie dalle cooperative che lavorano in appalto con salari da 4 euro l’ora”, spiegano i sindacalisti. E sul fronte dei rapporti sindacali qualcosa si sta muovendo. A due anni dall’apertura gli iscritti al sindacato sono pochissimi e Cgil e Cisl lamentano di non potersi nemmeno avvicinare alla fabbrica. Ora però le proteste hanno portato ad un primo spiraglio: “Dopo due lunghi anni di attesa, ci incontreremo con l’azienda ad inizio gennaio all’Unione commercianti di Piacenza”, annuncia Giuliano Zuavi, segretario provinciale della Filcams Cgil.
M.Franchi