Via libera alla competitività anche senza la Lega

11/03/2005
    venerdì 11 marzo 2005

    MAGGIORANZA DIVISA. OGGI AL CONSIGLIO DEI MINISTRI L’ULTIMA MEDIAZIONE DI BERLUSCONI. IL GOVERNO PERO’ E’ DETERMINATO A CHIUDERE
    Via libera alla competitività anche senza la Lega
    Non c’è l’accordo sui dazi. Il Carroccio: non voteremo il pacchetto sviluppo

    Roberto Giovannini

      ROMA
      La telenovela del pacchetto competitività ha abituato a sorprese e colpi di scena, ma oggi dovrebbe scattare davvero l’ora X: il Consiglio dei ministri approverà i due provvedimenti (un decreto e un disegno di legge) che compongono il «piano d’azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale». Via libera assicurato, ribadiscono autorevoli fonti di governo, ma nella serata di ieri regnava la massima incertezza sul voto dei ministri della Lega Nord, che avevano nei giorni scorsi lanciato un vero e proprio ultimatum sul tema dell’introduzione di dazi e protezioni doganali per i prodotti italiani insidiati dalla concorrenza asiatica. Roberto Maroni, Roberto Castelli e Roberto Calderoli per tutta la giornata hanno cercato di ottenere che contestualmente al varo del «pacchetto» (meglio ancora, al suo interno) fosse inserito un qualche impegno più o meno formalizzato all’introduzione dei dazi, più o meno legato all’iniziativa dell’Unione Europea. In serata, però, sembrava emergere con chiarezza l’obiettiva impossibilità – stanti le normative europee, ma anche nazionali – di ottenere da Berlusconi un impegno simile, se non meramente verbale e dunque non legislativamente efficace. Dunque, un Carroccio orientato a far pronunciare i propri rappresentanti nell’Esecutivo per un «no», largamente simbolico e in ogni caso senza effetti concreti.

        È l’ennesimo ostacolo per il varo di un provvedimento che è in discussione da cinque mesi, e che da tutti i punti di vista – a parte l’assoluta inesistenza di consistenti risorse finanziarie fresche utilizzabili, dicono i critici – è diventato molto simile a una seconda Legge Finanziaria. Perché il decreto e il ddl correggono norme della Finanziaria 2005 varata a fine anno; perché il pacchetto rischia di essere «l’ultimo treno parlamentare» buono in questa legislatura, e dunque è stato riempito di decine di micromisure «ad hoc» (molte di scarso rilievo e utilità; per la vastità delle materie affrontate, e per la monumentale ampiezza dell’articolato, incresciosamente lievitato negli ultimi giorni. La bozza del decreto legge che entrerà in Consiglio dei ministri, infatti, è composta di 15 articoli per 52 pagine; 18 articoli per 90 pagine «pesa» il ddl.

          Per la Lega ieri è stata una giornata di trattativa e di «muso duro»: quasi contemporaneamente si negoziava e si lanciavano minacce, che però nel governo e negli altri partiti della Cdl non venivano poi prese troppo sul serio.

          Per due ragioni: politica, perché pochi credono a pericoli reali per la compagine di governo, e «tecnica», perché in pratica le politiche doganali non sono una materia di competenza degli Stati, ma di Bruxelles. E così, ieri il ministro delle Riforme Roberto Calderoli è andato da Silvio Berlusconi, presente il ministro dell’Economia Domenico Siniscalco, per presentare diverse proposte di emendamento al decreto legge, mirate sostanzialmente ad aprire la strada all’introduzione di dazi doganali, a rimodulare le quote (tetti) di importazione a certe produzioni extra-Ue, e a reinserire le cancellate quote che riguardano le importazioni nel tessile. L’ultima «potrebbe perlomeno consentire – ha detto il ministro delle Riforme – un nostro voto d’astensione». Inapplicabile, avrebbe replicato Siniscalco.

            Vedremo se oggi Berlusconi riuscirà a ricucire, magari rinviando a un altro Consiglio dei ministri la questione. In ogni caso, nella Cdl si ribadisce il «niet» ai dazi: «chi chiede più dazi dice una sciocchezza», afferma il ministro delegato al Commercio Estero Adolfo Urso (An). Per il vicepremier Udc Marco Follini (che non tema l’uscita della Lega dal governo), «non possiamo alzare bandiere doganali come negli anni Trenta e illuderci che questo ci faciliti la vita. Dobbiamo difendere il marchio italiano, ma non con una politica autarchica». Per Piero Fassino, leader Ds, il Carroccio vuole imitare «gli indiani di America, che con le frecce volevano fermare la locomotiva. Servono misure per rendere le imprese più competitive dal punto di vista tecnologico, produttivo e di mercato, e poi accordi negoziali tra Ue e Cina per evitare forme di concorrenza sleale». «Attenzione a non inventarci nulla che rischi di danneggiare operazioni già in atto», sottolinea il vice presidente di Confindustria Andrea Pininfarina, mentre il numero uno Cgil Guglielmo Epifani ricorda che «la politica concorrenziale la fa l’Unione Europea».