Via le donne dall’azienda

14/07/2012

Trasferirsi a 150 chilometri di distanza o perdere il lavoro. Questa la ‘scelta’ che è stata proposta a 50 lavoratrici, tra cui molte neomamme, della Champion di Scandicci. Che non potranno usufruire di ammortizzatori sociali
sono le donne, si diceva pochi mesi fa, quando la crisi in Italia non c’era e si discuteva di quote rosa. Le donne sono il presente del lavoro, oggi, e non perché le quote siano diventate realtà. La discriminazione di genere sul lavoro è prassi comune: chi viene licenziata perché incinta, chi firma le dimissioni in bianco, chi viene costretta a licenziarsi. Licenziamenti facili, senza poter poi usufruire di ammortizzatori sociali, nessuna trattativa con le parti sociali: il futuro è realtà allaChampion di Scandicci, Firenze.

Cinquanta donne a cui è stata data una scelta: trasferirsi da Firenze a Carpi, a 150 km di distanza, dalla Toscana all’Emilia. Oppure licenziarsi. «Ma non è stata una scelta», ci dicono le lavoratrici. Perché su 50 designer 27 si sono dimesse, altre cinque sono ancora in maternità e potrebbero poi dimettersi. Solo 14 hanno deciso di trasferirsi, mentre sei madri si sono dovute licenziare prima che il figlio compisse un anno per poter accedere all’assegno di disoccupazione. Sui dieci dipendenti uomini di Scandicci, invece, solo due si sono dimessi.

Le donne hanno dovuto scegliere tra famiglia e lavoro. Senza poter accedere alla cassa integrazione o potersi iscrivere alle liste di mobilità. Perché la Champion di Scandicci non ha dichiarato lo stato di crisi. «La loro posizione è forte: il posto di lavoro c’è, ma a Carpi». E, come ci spiega Chiara Liberati della Filcams Cgil:«Tecnicamente solo l’azienda può chiedere la cassa integrazione».

Ma Champion, e il suo ad Sauro Mambrini, non hanno alcuna intenzione di dichiarare lo stato di crisi, né di sedersi a un tavolo istituzionale. Ci hanno provato la Camusso, la Fornero ("Mi hanno detto che è tutto a posto", ha riferito), il Pd. Il sindaco di Scandicci ha perfino chiesto di boicottare i prodotti Champion. Ma l’azienda ha rifiutato sempre: «Non si era mai vista un’azienda rifiutare ogni tavolo istituzionale», dice ancora Chiara. Eppure la Champion di Scandicci era un bel posto dove vivere:«C’era stato un boom di assunzioni negli anni ’90», racconta Lisa, operaia. «Eravamo giovani e si era creato un bell’ambiente di lavoro, la direzione trattava direttamente con noi, come una grande famiglia». Lavoratrici altamente qualificate, quindi, ma poco sindacalizzate. Rapporti individuali, anziché collettivi.«Quelli che si sono potuti trasferire a Carpi», dice la dipendente Beatrice «Sono le persone senza famiglia, i dirigenti e gli uomini». Le mamme, che lavoravano, ora sono solo mamme.

L’azienda. I trasferimenti da Firenze Scandicci a Carpi: «Sono avvenuti in tre fasi», ci spiega Lisa che da Marzo è stata trasferita a Carpi. «Io sono rientrata nella seconda fase, ancora non sapevamo che Scandicci avrebbe chiuso». Il primo trasferimento, invece, era stato nel novembre 2011. A sei persone era stato comunicato che sarebbero andate a Carpi da gennaio. Di queste sei, quattro si sono licenziate, una è entrata in malattia e ora in maternità, mentre l’unico uomo del gruppo ha accettato. Poi la seconda fase: il 3 febbraio 2012 l’azienda chiede ad altre dieci persone di trasferirsi. Di questi tre sono dirigenti, e accettano. Dei restanti sette, quattro si dimettono, una entra in depressione per poi dimettersi, due decidono di trasferirsi tra cui Lisa, che dice: «Non ho avuto alternative».

Il 2 marzo Champion comunica che tutto lo stabilimento di Firenze dovrà andare a Carpi. Il 14 marzo il primo incontro ufficiale coi sindacati, in cui l’azienda si rifiuta di chiedere gli ammortizzatori sociali per chi non può trasferirsi. Il 5 aprile si comunica che il trasferimento definitivo a Carpi è anticipato di due mesi, al 2 luglio, data oggi posticipata all’11.

Protesta e adesioni. La Cgil insiste con l’azienda per ottenere gli ammortizzatori sociali, senza risultati. L’assessore al lavoro della Provincia di Firenze, Elisa Simoni, convoca l’azienda, che rifiuta. Il sindaco di Scandicci, Simone Sgheri, si offre addirittura di sostenere il boicottaggio dei negozi Champion. Il senatore Achille Passoni e presenta un’interrogazione parlamentare, segue la vicenda dal suo blog, e insiste col ministro Fornero che alla fine chiama l’azienda, per sentirsi dire che: "E’ tutto a posto". Susanna Camusso, anche lei, incalza la Fornero perché intervenga. Per la leader della Cgil è inaccettabile che "Si permetta a un’azienda di non applicare le leggi dello stato". Le lavoratrici creano un annuncio su ebay, dove si mettono in vendita per un euro. Scrivono: "Astenersi affaristi senza scrupoli, imprenditori privi di etica e morale, carrieristi tirapiedi e faccendieri". Poi le operaie invitano Bersani e Renzi a candidarsi alle primarie del Pd nello stabilimento di Scandicci, e di intavolare lì il primo dibattito.
La discriminazione. Per Chiara Liberati, della Cgil, come per Susanna Camusso: «La vicenda è un chiaro esempio di discriminazione del lavoro femminile». Ad oggi sono sei le mamme che si sono licenziate prima che il figlio compisse un anno, per poter accedere all’assegno di disoccupazione. Racconta la sindacalista: «Ho parlato due volte con l’azienda e ho ricevuto due no, in maniera molto arrogante». Continua: «Mi hanno detto: sono donne, rimarranno a casa. Dal lunedì al venerdì faranno l’uncinetto». La Cgil, ora ha avviato una causa di lavoro per danno personale alle lavoratrici.

Ma la discriminazione non riguarda solo le donne: ci sono tre persone a Scandicci che appartengono alle categorie protette. Due lavoratrici operate di tumore al seno, un dipendente sordomuto. Ci spiega Beatrice: «Il sindacato ha detto a Champion di collocare queste persone vicino Firenze, nei negozi del gruppo, ma trattandosi di controllate l’azienda non ha l’obbligo». Beatrice è stata operata per tumore nel 2010, è tornata a lavorare nel febbraio 2011, dopo 20 anni di azienda. Ha già preso due sanzioni disciplinari: la prima per un’intervista su Raidue. La seconda perché si è rifiutata di lavorare ad un progetto dell’azienda proprio sulla sensibilizzazione del tumore al seno. «Non mi sembrava opportuno che un’azienda che maschera un licenziamento collettivo nei confronti dei propri dipendenti – spiega Beatrice -potesse sponsorizzare questo tipo di progetto», dice.

Non volevano ci trasferissimo. «La sensazione è che l’azienda volesse sfoltire il personale, senza dichiarare lo stato di crisi», conclude Chiara Liberati. «Voleva svecchiare i contratti: dagli attuali indeterminati ad apprendistato. Per farlo hanno trovato un modo a costo zero», spiega. Lo dimostrerebbero le differenze tra i diversi gruppi di trasferimenti, come ci dice Lisa: «Ci hanno divisi in gruppi per scegliere i lavoratori che volevano tenere». Ai primi trasferiti non sono stati proposti i benefit aziendali poi concessi ai trasferiti dell’ultima fase: un’auto ogni quattro dipendenti per andare il lunedì e tornare il venerdì da Firenze a Carpi. 50 euro al giorno per vitto e alloggio a luglio e agosto, ad alcuni direttamente un appartamento. Rimborso dell’asilo nido, e delle spese di intermediazione di agenzia immobiliare per chi avesse voluto cercare casa a Carpi. Lisa, trasferita nel secondo turno, a Marzo, non ha ricevuto alcun benefit: «Da Marzo ad oggi ho speso 800 euro per dormire in delle topaie. E a Firenze pago 1000 euro di mutuo della casa». Dopo le proteste, i benefit sono stati estesi a tutti i dipendenti.

Le lavoratrici che hanno accettato il trasferimento subito, come Lisa, hanno trovato al loro arrivo questa situazione: «Il primo giorno a Carpi non avevamo neanche gli strumenti per lavorare».Poi il terremoto dell’Emilia: Carpi è a soli 25 km dall’epicentro del sisma del 29 maggio, Mirandola, a 18 dal paese distrutto di Cavezzo. Le strutture della Champion sono rimaste danneggiate dalle scosse, e ora i lavoratori sono trasferiti a Campo Galliano, dove non ci sono neanche i telefoni: «Buttati come sacchi postali, ora lavoriamo in un open space senza telefoni, tutti attaccati, in settanta», ci spiega Lisa.

Altro elemento da considerare: il brevissimo preavviso dato ai lavoratori, 45 giorni. Sessanta circa nei primi due trasferimenti. Con i dipendenti che hanno dovuto scegliere in fretta se trasferirsi o licenziarsi, per non perdere i soldi dei mesi di preavviso. Dopo tutti i tentativi caduti nel vuoto, e l’irremovibilità dell’azienda le operaie sono rimaste in poche:«Siamo distrutte psicologicamente», confessa Lisa.

Beatrice spiega che: «L’azienda ha condotto trattative riservate individuali coi lavoratori. E questo ci ha diviso», in una vicenda che sembrerebbe macchiata di condotta antisindacale. Sembra una storia vecchia di decenni: un’azienda che discrimina le donne, facendo pagare il sesso debole. La Champion di Scandicci è invece una storia attualissima, proiettata verso il futuro del lavoro. E delle donne.