«Via al Tfr»: Maroni strappa col sindacato

05/10/2005
    mercoledì 5 ottobre 2005

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      LA NUOVA PREVIDENZA – IERI IL «SI’» DELLE COMMISSIONI BILANCIO DI SENATO E CAMERA, OGGI IL TESTO IN CONSIGLIO DEI MINISTRI. IL WELFARE NEGA UN INCONTRO ALLE PARTI SOCIALI

        «Via al Tfr».
        Maroni strappa col sindacato

          «Vinceremo tutte le resistenze». E per le osservazioni dell’Antitrust c’è una lettera di chiarimento

            Marco Sodano

              La nuova previdenza prende il via, l’accordo delle parti sociali non c’è. La riforma del Tfr ha ottenuto ieri il «sì» delle commissioni Bilancio di Camera e Senato, oggi è in programma la discussione in consiglio dei ministri: nel governo si dà l’approvazione per scontata. Con qualche modifica dell’ultima ora, senza l’incontro «urgente» chiesto dai sindacati al ministro del Welfare Roberto Maroni lunedì. L’ipotesi di un rinvio, spiegano al ministero, non è neppure da prendere in considerazione.

              Intanto il sindacato è sul piede di guerra, Confindustria attende gli sviluppi: «Sono ore decisive per il Tfr», secondo il presidente Luca Montezemolo. Maroni ha rinfacciato ai giovani industriali di non averlo invitato al tradizionale incontro di Capri per illustrare la sua «grande riforma».

                Dopo tre anni di trattative, il consiglio dei ministri di oggi è davvero l’ultima spiaggia: da domani, scaduta la delega sulla previdenza sociale, bisognerebbe ricominciare. Le energie non si sa, certo non c’è più tempo.

                E il governo ha bisogno di obiettivi «raggiunti»: così ha scelto la strada dello strappo, convinto di portare a casa il risultato. Giusto ieri sera, con la firma del protocollo d’intesa tra Welfare e Associazione bancaria italiana (Abi) per il credito alle imprese, Roberto Maroni e Maurizio Sella hanno chiuso la questione più tormentata, quella che tocca direttamente il portafoglio. Dunque: si comincia il primo gennaio con i sei mesi di silenzio-assenso (fino a giugno i lavoratori avranno la possibilità di fare una scelta, altrimenti la liquidazione finirà nei fondi di categoria), da giugno 2006 la nuova previdenza andrà a regime.

                  È la volata finale, e Roberto Maroni – «papà» politico della riforma – dà gli ultimi intoppi per risolti senza scoprirsi troppo sulle limature della vigilia. Nel dettaglio: l’articolo sulla copertura del fondo di garanzia per il credito agevolato (i prestiti alle imprese che compenseranno la perdita delle liquidazioni, circa il 7 per cento delle retribuzioni annue) sarà riscritto e accordato con la Finanziaria secondo le indicazioni delle commissioni Bilancio. Per le imprese che non hanno accesso al credito agevolato, le più piccole tra le piccole, è invece in arrivo una moratoria: cominceranno a conferire ai fondi le quote di Tfr 18, forse 36 mesi dopo le altre. Maroni: «Con la griglia attuale si tratta di circa il 30% delle imprese, il 10% dei lavoratori. È giusto tutelarli». I dettagli del meccanismo potrebbero essere rimandati a un provvedimento attuativo.

                    L’essenziale è partire. Ieri Maroni ne ha parlato anche durante i lavori del vertice italofrancese. Alle obiezioni dell’Antitrust – «non costituiscono un problema» – risponde una lettera di chiarimenti inviata al presidente dell’autorithy Catricalà ieri pomeriggio. Il ministro: «Ci hanno fatto rilievi sul fondo di garanzia e sulla portabilità del contributo a carico del datore di lavoro. Ma si tratta di questioni risolte: sul primo punto non esiste distorsione di mercato. Per quanto riguarda il secondo, la portabilità è esclusa». Questioni tecniche, le cui conseguenze però riguardano tutti. L’Antintrust teme che il credito con un tasso massimo del 4,16 per cento cristallizzi il mercato degli impieghi bancari. La «portabilità» negata del contributo, viceversa, potrebbe limitare la libertà di scelta dei lavoratori: optando per un fondo diverso da quello di categoria il contributo si perde. Spiega Maroni che una ragione c’è: «avendo fonte negoziale, il contributo non può essere portato nei fondi aperti, deve rimanere in quelli negoziati». Poco importa se alle obiezioni dell’Antitrust si aggiungono le critiche dell’Associazione delle imprese assicuratrici, che si vedono rosicchiare la possibilità di competere nel campo – futuribile – della previdenza privata: «Io resto della mia opinione». D’altronde, ha aggiunto il ministro, quando un provvedimento arriva in dirittura d’arrivo, «ognuno cerca di trarre il massimo vantaggio: ma non mi sembra ci siano posizioni pregiudiziali contrarie o ostili al provvedimento in sé». E poi, suggerisce un Maroni più conciliante, ci sono diciotto mesi «per correggere il tiro». Morale: «Vinceremo tutte le resistenze».

                      Il sindacato, intanto, fa i conti con il ministro: che alla richiesta di incontro ha risposto col silenzio. «Preoccupante», per Cgil e Ugl. Morena Piccinini, segretario confederale Cgil, prepara lo scontro: «Se il governo non risponderà ai problemi posti dall’avviso comune vedrà le conseguenze». E invoca «il senso di responsabilità di chi ha sempre detto che la previdenza complementare si può affermare solo con il consenso e la collaborazione delle parti sociali. Sappiano ministro e governo che stanno decidendo se il sistema può davvero consolidarsi o se saranno loro stessi a metterci sopra una pietra tombale».