Vi racconto come si difenderanno in città – di R.Frisk

03/04/2003


          Attacco all’Iraq  




        03.04.2003
        Vi racconto come si difenderanno in città

        di Robert Frisk


         La strada che porta al fronte, nell’Iraq centrale, è un luogo in cui i veicoli si muovono a forte velocità, dove si sentono gli spari della contraerea irachena. Qui i carri armati e i camion iracheni si nascondono tra le palme, e anche se un convoglio pieno di veicoli da combattimento è stato bombardato dall’alto, rimangono centinaia di posizioni di artiglieria sparse sulla strada a difesa della capitale. Chiunque dubiti del fatto che l’esercito iracheno è pronto a difendere la capitale, dovrebbe prendere la strada a sud di Baghdad.

        Continuo a chiedermi la stessa cosa da un po’: come faranno gli americani a farsi strada contro questa strenua difesa? Miglio dopo miglio, il panorama è lo stesso: trincee, canali di difesa, bunker sotterranei, artiglieria nascosta tra le palme e truppe da combattimento pronte a dare battaglia con i loro elmetti di acciaio. Non ho visto l’esercito iracheno schierarsi in questo modo dai tempi della guerra tra Iran e Iraq, nel 1980-88. Gli americani potranno forse dire che stanno indebolendo le difese della nazione, ma ieri (mercoledì) io ho visto ben pochi segni di questo indebolimento.

        Un giornalista occidentale è riuscito a capire la preparazione militare irachena meglio di molti altri reporter che dovrebbero avere maggiori agganci con le forze americane e inglesi.

        E questo la dice lunga sulla fiducia del governo iracheno nelle proprie possibilità e sul bisogno del governo di Saddam di fare della propaganda contro i propri nemici. È vero, ci sono segni a favore dell’azione angloamericana contro l’esercito iracheno. Dei depositi di armi sono stati ridotti in cenere grazie al bombardamento aereo e degli edifici militari -vuoti, come probabilmente del resto tutti i possibili target individuati dagli angloamericani- sono diventati della polvere grigia sotto l’azione dei missili.

        Su una ferrovia più a sud, un convoglio dell’esercito iracheno è stato bombardato dall’alto. La detonazione ha sbalzato fuori dal convoglio due veicoli da combattimento, riducendoli a pezzi. Ma altri mezzi, tra cui un vecchio veicolo americano 113 – forse una reliquia della guerra con l’Iran – sono rimasti intatti. Se questo è il successo che gli americani stanno ottenendo a sud di Baghdad di cui si parla tanto, allora dobbiamo ricordare che ci sono letteralmente centinaia di veicoli militari iracheni ancora intatti, sparsi per un centinaio di chilometri a sud della capitale, ben nascosti per evitare l’attacco aereo.

        Come l’esercito serbo in Kosovo, gli iracheni si sono dimostrati dei maestri nel nascondere i propri mezzi di difesa. Un innocente campo pieno di palme è risultato essere, a un esame più attento, un luogo pieno di bunker e di armi per la contraerea. I veicoli sono stati nascosti sotto i ponti – che gli americani e gli inglesi non vogliono distruggere, perché li vogliono usare nel caso in cui i loro piani di occupazione dell’Iraq vadano a buon fine – e il carburante per i camion è stato nascosto in buche profonde. A un importante incrocio stradale, è stata piazzata la contraerea su un camion controllato da due soldati che scrutano il cielo. Quando si va verso sud, molte illusioni svaniscono dalla mente. Ci sono piccoli mercati nelle cittadine sulla strada, posti pieni di arance, mele e verdure. Le strade sono piene di autobus, camion e macchine di semplici cittadini – sono molte più dei veicoli militari o dei camion che trasportano le truppe. Ogni tanto si vede il lucido profilo di un veicolo che trasporta dei missili, coperti dalla tela. Nella città di Iskandariyah, i bar e ristoranti sono aperti.

        Ma le grandi industrie e gli edifici governativi della città sembrano deserti. Molti dei dipendenti rimangono fuori dai cancelli principali – per sicurezza, in caso di un improvviso attacco aereo. A un certo punto, a venti chilometri a sud di Baghdad, si è sentito il rumore di alcune bombe e l’autobus su cui mi trovavo ha sobbalzato per l’impatto della contraerea.

        Le immagini che ho visto a volte sfiorano i limiti della comprensione. Ho visto dei bambini saltare per gioco sul muro di un edificio vicino a una postazione radio militare; delle mandrie di cammelli passare come animali biblici accanto a un carro armato T-82 dell’epoca sovietica, nascosto sotto delle palme; campi di fiori gialli a fianco delle cisterne di petrolio, e soldati stare fermi in mezzo a delle fornaci di mattoni; e l’esplosione di un missile americano, che non fa neanche girare la testa ai contadini del luogo. Si può trarre un insegnamento da tutto questo? Ho avuto all’incirca due ore per vedere tutto quello che sto descrivendo, e mi chiedo come si aspettano gli americani di aprirsi un varco attraverso questa strada così lunga e calda contro i carri armati, le armi, gli infiniti campi e le piantagioni di palme dietro cui si nasconde l’esercito. Gli uomini in uniforme nera della Feddayn di Saddam che ho visto a trenta, cinquanta miglia da Baghdad, sono stati equipaggiati con delle sacche piene di munizioni e delle granate. E non mi sono affatto sembrati un esercito indebolito, o sul punto di arrendersi. Ovviamente, può essere soltanto un’illusione. Le truppe da combattimento che ho visto potrebbero non avere la forza di combattere a lungo. I carri armati potrebbero essere abbandonati quando gli americani arriveranno sulla strada verso Baghdad. I rifornimenti di carburante potrebbero essere riportati indietro a Baghdad e le trincee potrebbero rimanere deserte. Saddam potrebbe abbandonare Baghdad non appena i primi proiettili americani o inglesi gli arriveranno troppo vicino, e le statue del grande leader che si trovano all’uscita di così tanti villaggi lungo la strada che porta a Baghdad potrebbero essere abbattute con un gesto simbolico. Ma non è quello che mi è sembrato ieri. Mi è sembrato di vedere un esercito iracheno, le milizie del partito Baath e i Feddayn pronti a combattere per mantenere il controllo della nazione, come hanno fatto a Umm Qasr, a Bassora, a Nassariyah e a Suq al-Shuyukh. O forse e per qualcos’altro che stanno lottando? Forse lottano per un Iraq che, per quanto sottoposto a una dittatura, rifiuta l’idea di essere conquistato dagli stranieri?

        copyright The Independent
        (traduzione di Sara Bani)