Vespa va a Kuwait City. Quando tutto è finito – di G.Barlozzetti

16/04/2003

ItaliaOggi (Media e Pubblicità)
Numero
090, pag. 23 del 16/4/2003
di Guido Barlozzetti


Diario della (tele)guerra.

Vespa va a Kuwait City. Quando tutto è finito

Il comando americano fa sapere che in Iraq i combattimenti su larga scala sono praticamente cessati. Così, le parole tornano a prevalere sulle immagini e dal deserto si rientra negli studi televisivi dove fervono discussioni e approfondimenti sul Dopo. Cnn dà il segnale. Incornicia il suo flusso con ´After Saddam’ e il suo occhio sembra ormai quello dei programmi d’informazione sul traffico.

Una trasmissione non-stop di servizio con telecamere piazzate in alcuni snodi essenziali per controllare la routine degli accadimenti e segnalare se si verifichi qualche incidente: la piazza davanti all’Hotel Palestine; le pattuglie congiunte di polizia americo-irachena; i carri armati tranquillamente acquartierati a Tikrit, meglio se sullo sfondo di una statua di Saddam, che prima o poi verrà buttata giù. Bruno Vespa fa l’operazione opposta. Trasferisce lo studio di Porta a porta a Kuwait City, lasciando un presidio a Saxa Rubra. In realtà, gli inviati non hanno più niente da scoprire, a parte qualche capannone pieno di blindati rimasti misteriosamente inutilizzati e qualche laboratorio che dovrebbe dare la conferma delle terribili macchinazioni chimiche del Raìs. Anche la bandiera ´Stars and Stripes’ può essere esibita senza la preoccupazione di urtare le sensibilità locali. Sventola a Tikrit e, sulla piazza del Paradiso di Baghdad, il marine che l’aveva issata sul volto della statua di Saddam è diventato quasi un’attrazione turistica. Ogni tanto lo estraggono dal carro armato per fare una foto o un’intervista. Un tema appassiona i salotti dei talk-show: che cosa prenderà il posto del regime? Sulla questione si confrontano almeno due schieramenti: da un lato, gli ´esportatori’ che sostengono che la democrazia si può impiantare dall’esterno ovunque per virtù propria; dall’altro, i ´protezionisti’ per i quali nessun sistema può funzionare se non ci sono le condizioni interne per farlo crescere adeguatamente. Islamisti, storici e politologi, magari con qualche improvvisato ospite di complemento, fanno sfoggio di una piccola enciclopedia popolare dell’Iraq e riversano sugli spettatori il mosaico tribale iracheno con cui qualunque soluzione dovrà fare i conti: curdi, sunniti e sciiti riempiono le nostre giornate televisive. Anche le cartine si spostano. Dopo i war games su quella dell’Iraq, adesso lo scenario si allarga a tutto lo scacchiere mediorientale. È l’ora della Siria. In attesa della prossima puntata?