Verona. Continua l’inchiesta sulla bancarotta della Gama

27/05/2005

    Giovedì 26 Maggio 2005

    Dopo i diciannove arresti continua l’inchiesta sulla bancarotta della società di ristorazione Gama
    Borgo Roma, è caccia ai corrotti
    L’imprenditore Forte coinvolto per le accuse di un manager
    C’è il sospetto di corruzione per l’appalto
    a San Giovanni

    di Luigi Grimaldi

    C’è ancora un filone tutto da sviluppare nell’inchiesta sulle tangenti e sulla bancarotta della Gama, la società di ristorazione di San Giovanni Lupatoto, per la quale l’altro ieri sono stati posti agli arresti diciannove indagati. Ed è un filone che porterà il procuratore Guido Papalia (il magistrato che ha ereditato il fascicolo dal suo collega Rosario Basile, scomparso all’inizio dell’anno) a compiere accertamenti nel cuore amministrativo dell’ospedale di Borgo Roma, dove, secondo i sospetti della guardia di finanza e della magistratura, qualcuno avrebbe incassato tangenti nel periodo tra il 2000 e il 2001. Chi? Mistero. Sono solo sospetti e, per adesso, nell’indagine i personaggi sono chiamati soggetti ancora da identificare.

    La vicenda ruota intorno al veronese Giovanni Pompei Forte, 69 anni, amministratore della società Arco Italia srl di corso Porta Nuova, iscritto a Forza Italia e consulente in appalti con enti pubblici. Ora è agli arresti domiciliari e il suo avvocato Paolo Tebaldi sta esaminando gli atti giudiziari per preparare la linea difensiva.

    L’imprenditore fu tirato in ballo dalle dichiarazioni di un altro veronese indagato, Massimo Capodaglio, 53 anni, che nel 2000 era responsabile finanziario della Gama. Il 2 aprile dell’anno scorso, il dirigente d’azienda, durante un interrogatorio, indicò Forte come un contatto giusto per rinnovare il contratto per le forniture all’ospedale di Borgo Roma. Parlò, quindi, di una tangente di cinquanta milioni di vecchie lire consegnata all’imprenditore. Secondo Capodaglio, i soldi erano contenuti in una busta e furono consegnati nell’ufficio di corso Porta Nuova. In questa vicenda Forte risulta coinvolto con altri personaggi indagati. Oltre che con Capodaglio, la procura sospetta che l’operazione fu condotta in concorso con Carlo Rami, l’ex amministratore delegato della Gama e con il direttore generale Paolino D’Urso.

    Nel filone del policlinico ci sono poi altri 25 milioni di lire sui quali sarà necessario compiere ulteriori accertamenti, così come spiega il giudice per le indagini preliminari Sandro Sperandio che ha emesso le ordinanze. Anche quei soldi, secondo l’accusa, sarebbero serviti per corrompere pubblici ufficiali di Borgo Roma. E c’è un capitolo della bancarotta che riguarda il bar dell’ospedale. Rami, Capodaglio e Gennaro Esposito, amministratore di una società fornitrice della Gama, sono accusati di aver distratto, tra il 2002 e il 2003, 194mila 849 euro di incassi.

    Anche per l’altro veronese posto agli arresti domiciliari, Pietro Masini, 55 anni, ex proprietario della Gama prima della vendita al finanziere libanese Albert John Martin Abela, sono state utilizzate le dichiarazioni di alcuni manager della società di San Giovanni Lupatoto. È accusato di aver corrottto pubblici ufficiali (ancora da identificare) dell’istituto «Costante Gris» di Mogliano Veneto e dell’Istituto nazionale neurologico «Carlo Besta» di Milano. Per il procuratore Papalia, sono fatti commessi in concorso con Carlo Rami, Paolino D’Urso e Massimo Capodaglio, per un totale di 64mila 557 euro di tangenti per «spingere» i contratti di forniture della Gama. Masini, secondo questa ipotesi, avrebbe svolto il ruolo di intermediario anche dopo la cessione della società ad Abela avvenuta nel 1999. Ma dalle dichiarazioni di un dirigente, la corruzione era praticata anche prima di quella data e per questo motivo, secondo la sua tesi, la Gama era riuscita già nel 1992 a vincere la gara d’appalto per i pasti all’ospedale di Borgo Roma.

    I riscontri sui soldi destinati a pubblici ufficiali per ottenere gli appalti al Gris e all’istituto Besta sono stati eseguiti sulle scritture contabili dell’azienda sequestrate durante una verifica fiscale. Si tratta di annotazioni a matita dove ci sono importi e nomi degli istituti. E, inoltre, sono state trovate tracce di pagamenti destinati a persone non identificate del «Gris» e del «Besta» sul computer di Capodaglio. Ci sono poi anche due interrogatori di dipendenti della «Gama» nei quale furono fatti riferimenti ai due istituti e ai soldi destinati per corrompere i pubblici ufficiali.

    In questo scenario che il giudice per le indagini preliminari Sandro Sperandio ha definito «un’oceanica massa di elementi di prova (per dirla, con un termine scientifico purtroppo ormai noto a tutto il mondo dati gli effetti devastanti, uno tsumani di elementi di prova)», si inserisce anche il sospetto che siano state pagate tangenti per l’appalto che la Gama ottenne anni con il Comune di San Giovanni Lupatoto (dall’ultima gara invece è stata esclusa). Fu ancora Massimo Capodaglio a fare riferimento a presunte tangenti. In un interrogatorio disse di aver incontrato una persona che aveva una valigetta ventiquattrore e di averla seguita in un bar di san Giovanni. Il dirigente finanziario della Gama raccontò di aver consegnato una busta con dentro 20 o 30 milioni di lire che sarebbero serviti per ottenere l’appalto con il Comune.

    Oltre a documenti e interrogatori, l’inchiesta del nucleo di polizia tributaria regionale della guardia di finanza di Mestre si è avvalsa anche di numerose intercettazioni telefoniche. Le conversazioni registrate sulle linee degli indagati hanno consentito di scoprire un filone di tangenti pagate per gli appalti ottenuti dalla Gama dal Ministero della Difesa.
    Gli indagati per lo scandalo della Gama sono: Giovanni Mario Rossi, 44 anni, di Sirmione (Brescia), difeso dall’avvocato Paolo Pellicini; Paolo Berardi (47), di Anguillara Sabazia (Roma), difeso dall’avvocato Tiburzio De Zuani; Pietro Masini (51), di San Giovanni Lupatoto; Dante Scaccia (66), di Latina; Paolino D’Urso (55), di Saviano (Napoli), assistito dall’avvocato Paolo Siniscalchi; Massimo Capodaglio (55), difeso dall’avvocato Claudio Avesani. E inoltre i libanesi John Martin Albert Abela (35), residente a Londra, ex presidente del Consiglio di amministrazione della Gama, difeso dall’avvocato Giovanna Corrias Lucente e Umberto De Luca; Carlo Rami (50), residente ad Atene, ex amministratore delegato, assistito dall’avvocato Asa Peronace e Andrea Fares; Ahmed Baadarani (45), residente a Londra, ex consigliere,
    assistito dagli avvocati Paolo Costantini e Ernesto Gregorio Valenti; Aref Kanafani (32), residente a Londra, ex responsabile finanziario della Gama per l’estero. I militari dell’esercito italiano coinvolti sono: il colonnello Fernando Falco (48) di Roma, difeso dall’avvocato salvatore Amatore; il maresciallo Ivano Frazzetto (37) di Roma, il maresciallo Raffaele Raimondo (53) di Roma, il capitano Giovanni Formisano (45) di Roma, il capitano Giuseppe Caprio (50) di Roma. Infine, Giovanni Forte Pompei (69), assistito dall’avvocato Paolo Tebaldi, Roberto Galiano (49), di Genova, direttore dei lavori per la realizzazione della gestione mensa presso l’ente ospedaliero di Galliera; Francesco Giovanni Cazzulo (60) di Genova, direttore amministrativo dell’ente ospedaliero di Galliera; Carlo Isola (55), di Genova, attuale segretario del presidente della Regione Liguria Claudio Burlando.