Vent’anni di lupara contro l’Italia dei diritti (G.Epifani)

08/04/2005

    venerdì 8 aprile 2005

      Domani con «l’Unità» il quarto volume dei «Misteri d’Italia»

      Sabato 9 aprile arriva in edicola Salvatore Carnevale, la mafia uccise un angelo senza ali in vendita assieme all’Unità, quarto volume della collana «I misteri d’Italia». L’ha scritto Umberto Ursetta, sulla base dello studio di inedite pagine processuali della vicenda del delitto impunito del sindacalista-icona della battaglia antimafia in Sicilia negli anni Cinquanta. Anticipiamo la prefazione di Guglielmo Epifani e alcuni brani della nota del curatore, Vincenzo Vasile.

      Vent’anni di lupara contro l’Italia dei diritti
      Nel ’55 la mafia uccideva Salvatore Carnevale. Un anello d’una lunga catena di delitti
      Guglielmo Epifani

      La vicenda di Salvatore Carnevale, trucidato dalla mafia nel 1955 a Sciara, si iscrive in un lungo e tragico elenco di omicidi e stragi mirate che segnarono la vicenda del movimento sindacale e contadino nel dopoguerra e negli anni successivi. A distanza di tanti anni si può vedere con maggiore chiarezza il senso di ciò che accadde in Sicilia. L’uccisione di tanti sindacalisti e di tanti uomini politici della sinistra fu il segno di un potere che voleva fare a meno delle grandi organizzazioni sociali, delle grandi lotte, del tema dei diritti del mondo del lavoro e intendeva colpire quella parte del mondo politico che credeva invece in una Sicilia democratica, in un Paese democratico.

        Le lotte bracciantili – è da qui che nasce il grande movimento sociale del dopoguerra – , e la lotta per il lavoro, per il reddito, la lotta per la terra, furono segnate da una grande spinta di popolo, in cui le grandi correnti politiche, ideali e culturali e religiose si fusero assieme. Uno degli obiettivi della repressione fu appunto quello di dividere, di impaurire, di isolare questi movimenti.

          Con queste repressioni, con questi omicidi si tentò di dividere quel movimento di protesta, di lotta, e di colpirne la sua grande dimensione politica e morale, isolare soprattutto le personalità più combattive di questo movimento dal resto delle comunità locali. Inizialmente furono scioperi e proteste assolutamente unitari, che videro la partecipazione da protagoniste di tutte le componenti politiche e religiose. Fu una lotta di popolo, come si usava e si usò per molti anni nel Mezzogiorno del Paese, in cui si stava insieme, comunisti, socialisti, cristiani, democristiani, cattolici, laici: un grande movimento plurale.

            Si stabilì una connessione fra la struttura di potere del latifondo,che manteneva le proprie caratteristiche feudali e l’azione della mafia, una criminalità organizzata che – in realtà – non era mai stata espunta dalla Sicilia e che aveva sempre continuato a crescere sottotraccia e che nel dopoguerra diventa, per l’appunto, protagonista di questo processo negativo per il futuro della Sicilia. In quel momento questa alleanza di forze sceglie di combattere e di colpire l’unica forza vera in grado di opporsi a questo disegno di potere. Cioè tutti coloro che reclamavano più giustizia sociale, più possibilità di lavoro, più terra per tutti, meno privilegi per i grandi padroni feudali e più diritti per i nuovi servi della gleba. Si cercò di isolare la parte più combattiva del movimento dal resto che si intuiva avrebbe potuto resistere meno. In parte questo risultato politico venne colto: dopo qualche anno le lotte non ebbero più quell’ampiezza e persero una parte di quel consenso che avevano sino allora raccolto. Ma fu questo il grande significato della battaglia sociale e di classe di quella vicenda che inizia al termine degli anni Quaranta e che si trascina per tutti gli anni Cinquanta. Questa scia di sangue, questi martiri del lavoro, della Cgil, del movimento sindacale siciliano, furono sostanzialmente la prova di come se si fosse vinta questa battaglia sarebbe cambiato anche il futuro della Sicilia.

              Si colpì in maniera molto feroce. Portella della Ginestra resta – forse – fra tutte l’occasione più straordinaria per dimostrare l’efferatezza di questa portata e di questo disegno: lì si sparò sulla folla, nel giorno più sacro ai temi del lavoro, il primo maggio, e si sparò in maniera indiscriminata. Le nuove rivelazioni che provengono dagli archivi ci confermano delle impressioni che già si ebbero allora: sui mandanti, sui legami, sugli interessi che c’erano dietro quella strage. Ma l’elenco dei segretari delle Camere del lavoro uccisi dalla mafia è lunghissimo. Si va dal 1944 al 1966; alcuni nomi sono quelli di Andrea Raia, Casteldaccia 1944, Nicolò Azoti, Baucina 1944; Epifanio Li Puma, Petralia Sottana, 1948; Placido Rizzotto, Corleone, 1948; Salvatore Carnevale, Sciara, 1955; Carmelo Battaglia, Tusa, 1966; ma l’elenco è molto più lungo. Questi furono omicidi assolutamente mirati, non si colpì più nel mucchio. Si colpirono quelle persone che per il loro seguito, la loro responsabilità, la loro coerenza, la loro forza morale erano riferimento per masse di lavoratrici e lavoratori, di intere comunità. Si volle cioè colpire chiunque contando su un consenso vero, potesse contrastare i disegni di una normalizzazione, di un potere che doveva soffocare qualsiasi anelito di libertà, di ribellione e di protesta. Fu chiaro il tentativo della mafia di utilizzare la paura e spargere e diffondere il discredito e l’oblio su quelle morti. Il ricatto sulle famiglie fu fortissimo: tacete e non vi accadrà nulla e lo Stato «benevolo» vi darà anche un piccolo aiuto.

                Tutti i sindacalisti uccisi dalla mafia non pensavano e non chiedevano di passare alla storia come «eroi», ma pensavano di fare seriamente il loro lavoro per gli altri, per l’affermazione dei diritti nel nostro Paese. Essi sono la testimonianza più vera dell’alto prezzo pagato dalla Cgil per la democrazia e la libertà in Italia.

                  Quel rapporto fra la battaglia per la giustizia sociale, per i diritti del lavoro e per la legalità formarono un tutt’uno, un’unica frontiera di impegno civile, sociale e politico. E al fondo, seppure in una Sicilia che non è più quella, ma per tanti versi in parte ancora le assomiglia, quella frontiera è ancora presente oggi.

                    Difficilmente tutto ciò andrà sulle pagine dei giornali nazionali, ma noi ancora oggi assistiamo a intimidazioni, verso sindacalisti, verso lavoratori, verso delegati i quali hanno il solo torto di difendere le condizioni di legalità, quando si tratta – ad esempio – di denunciare l’aggiudicazione di un appalto fuori legge, quando si tratta di impedire assunzioni di carattere clientelare, quando si tratta di non chiudere gli occhi su processi e fenomeni criminali gravi e pericolosi.

                      Oggi come allora il sindacato siciliano, il mondo del lavoro siciliano, non solo sono un fattore di cambiamento, ma anche una garanzia che la battaglia nel nome della legalità e contro questi soprusi, contro queste forme inaccettabili di vita, possa essere vinta e portata avanti.

                        Cambiano le forme di azione criminale della mafia, ma la sua capacità di intimidazione e violenza è sempre la stessa. Infatti, è forte oggi l’azione criminale contro le imprese e le persone con l’asfissiante richiesta del «pizzo» e l’esercizio dell’usura, come fonte di ulteriore profitto mafioso e intollerabile oppressione dello sviluppo economico della Sicilia.

                          Anche su questi temi di impegno e di lotta per la legalità e la difesa dei cittadini è forte oggi la presenza della Cgil e del sindacato tutto, insieme alle tante associazioni di volontariato sociale che realizzano una nuova rete di legalità democratica.

                            Questa è la testimonianza più vera di come si leghino le lotte ed il coraggio di tanti, che allora pagarono con la vita, con l’impegno di oggi per la legalità. Un impegno che non si è mai interrotto.