Veneto. Aperto per Pasqua: è protesta

05/04/2007

    mercoledì 4 aprile 2007

      Dopo il caso di Natale, i magazzini Upim «ignorano» un’altra festività religiosa e anche il 1° maggio

      Aperto per Pasqua, ed è protesta

        I sindacati: «Lavoratori usati per soffocare il commercio al dettaglio»

          Anna Zegarelli

            Sono i sindacati a farsi paladini di quelli che sono i valori sociali, culturali, morali e religiosi della nostra società. Tutto nasce dalla nuova legge regionale che porta gli esercizi commerciali a rimanere aperti 52 domeniche includendo anche le festività e che contrasta con il decreto nazionale fino a qualche tempo fa applicato che prevedeva un massimo di 12 aperture festive, (a redigerlo fu l’attuale ministro Bersani nel precedente governo Prodi).

            Che la legge regionale sia di fatto già applicata nella nostra città lo dimostra la catena della grande distribuzione Upim che per questa domenica di Pasqua ha deciso di accogliere il pubblico in barba alle proteste dei lavoratori, così come aveva già precedentemente fatto nel giorno di Natale.

            Le organizzazioni sindacali di Cgil (Filcams), Cisl (Fisascat) e Uil (Uiltucs), hanno deciso di agire e di contrastare quella che definiscono «una decisione scellerata». In ballo c’è anche il rinnovo del contratto nazionale per il commercio. «Per vendere di più non è necessario aprire i negozi tutti i giorni dell’anno», dicono Adriano Filice (Cgil), Raffaella Moretto, Silvano Pandolfo e Carla Pellegatta, tutti della Cisl e Cesare Ierulli della Uil. La loro non è una presa di posizione che escluda tassativamente l’apertura di alcune domeniche ma quella considerazione che vede Verona come città turistica e quindi votata alla «saracinesca sempre aperta», proprio non va giù. La vicina Padova per esempio non ha accolto la legge e i lavoratori e i piccoli commercianti non si sono visti nelle condizioni di dover abbandonare le proprie scelte religiose o di attenzioni familiari. La discussione infatti evidenzia anche il fatto che quelle che sono le politiche per la famiglia entrano in contrasto con quello che è un sistema di lavoro «digeribile solo per la grande distribuzione».

            «Non è un caso se a fare pressioni per la liberalizzazione delle aperture siano le grandi catene come Auchan, Carrefour o Coin», fanno notare. Come sottolinea Pandolfo la maggior parte del commercio è ormai affidato per il 60% a catene estere che non conoscono ne la cultura, ne le tradizioni dei luoghi dove si insediano. E intanto i piccoli commercianti per poter rimanere al passo rischiano di chiudere. Il timore è che «la società del consumismo sfrenato venga assunta come unico valore da perseguire. A questo si aggiunge anche che i lavoratori diventano semplici numeri con contratti fatti ad hoc, come precisa Pellegatta. «I contratti a termini di 16 ore settimanali vengono offerti agli studenti e i nuovi contratti di assunzione vengono formulati tenendo conto delle domenica», sottolinea. «Ma la famiglia, la cultura, lo svago che fine fanno?», domandano i sindacalisti, «forse non ci si rende conto che la crisi del commercio trae origini dalle difficoltà crescenti dei lavoratori che non arrivano più con il proprio stipendio a fine mese?»

            I sindacati chiedono l’apertura di un tavolo di confronto con il Comune, la Provincia e la Regione. Confermano le attuali 12 deroghe alla chiusura domenicale dei negozi. Si dichiarano contrari alle aperture nei giorni dedicati alle festività. Invitano infine il Comune e le parti sociali a concordare un numero inferiore di 52 deroghe domenicali per il centro storico. In ultimo invitano ancora una volta Upim a rivedere la propria decisione.

            sindacati erano scesi sul piede di guerra contro la liberalizzazione delle aperture dei negozi di domenica e dei giorni festivi anche in occasione dell’apertura di Upim dello scorso Natale. Allora si era levato anche il monito del vescovo, padre Flavio Roberto Carraro, che aveva stigmatizzato «una società sempre più schiava degli eccessi del consumismo». Adesso Riccardo Camporese, segretario generale di Fisascat-Cisl Veneto, a nome delle categorie del commercio dei sindacati confederali, chiede «una seria riflessione in merito ad un tema di grande rilevanza sociale e politica, oltre che economica e, per certi versi, morale e religiosa». «Questa liberalizzazione – aggiunge Camporese – serve solo alla grande distribuzione per ottenere il massimo profitto e soffocare il piccolo negozio al dettaglio; lavoratrici e lavoratori diventano numeri. Esempio eclatante è l’utilizzo di precari da parte di Upim a Verona».