Vendesi Colf. Alla Stazione centrale

28/03/2001



 











Mercoledi 28 Marzo 2001

A Milano ogni domenica donne russe, moldave, ucraine, in piazza per un lavoro in nero

Vendesi Colf.
Alla Stazione centrale
di
Oreste Pivetta

Milano. C’è uno lungo e biondo sdraiato sull’erba gialla, che si tiene stretta una bottiglia di vodka. Un altro s’è tolto le scarpe e appoggiato alla sponda in declivio del giardinetto, le mani dietro la nuca, scruta il cielo. Altri intorno, sono due o trecento, siedono sui cordoli di granito, stanno silenziosi. Sono tutti in attesa e ogni attivitàsembra ridotta al minimo indispensabile. Tanto per far scorrere il tempo. Alcune donne di età imprecisata, quaranta cinquat’anni forse più, i vestiti all’antica, le gonne lunghe, le maglie scure, le facce rotonde, il fazzoletto annodato in testa, sfogliano insieme un quaderno a righe. Una pagina aperta è divisa in due: da una parte, a destra, un elenco di parole italiane, a fianco un elenco di parole in cirillico. L’unica al lavoro è la parrucchiera Yelena. Il cliente è un ragazzo sui vent’anni. La poltrona è un muretto basso: Yelena lavora di forbici e specchio. La sfumatura è alta, i capelli biondi e lisci cadono tra la sabbietta del selciato. Yelena indossa sull’abito una candida vestaglietta con le maniche corte, allacciata alla schiena, come usano la maggior parte delle parrucchiere in tutto il mondo. Si capisce che è una professionista.
La giornata non è buona. Fosse domenica, in piazza Luigi di Savoia, lato est della Stazione Centrale, tra piante scalcinate, aiuole calpestate, auto in movimento, sarebbero tre o quattromila: russi, moldavi, ucraini, rumeni, slavi in genere. Immigrati, tutti o quasi clandestini, che possono mostrare se va bene permessi di soggiorno turistici scaduti, perchè sono in Italia da poco e non hanno potuto profittare di sanatorie (anche i «regolari» dai paesi dell’Est sono ormai a Milano migliaia: quasi millecinquecento dalla Romania, settecento dall’ex Unione Sovietica, quattrocento dalla Polonia, quasi duemila dalla ex Jugoslavia). Cercano lavoro e intanto si salutano, si parlano, chiedono consigli e aiuto ai vecchi che sono poi i primi arrivati, ritrovano qualche cosa di casa loro, si fanno sistemare i capelli, si scambiano merci (dalle giacche alla frutta), cucinano, festa, mercato, ufficio di collocamento a cielo aperto. In fondo alla piazza, appena oltre il tunnel della stazione, in via Ferrante Aporti, a fianco di una bella palazzina art nouveau delle Poste italiane, il loro ufficio postale. In fila sostano camioncini, sgangherati monovolume, pulmini: serviranno per mandare a casa pacchi dono, vestiti, caffè, pasta. Il servizio è settimanale. Non sono i pulman dei mrocchini: stanno più avanti, all’ingresso del terminal Alitalia, in fianco agli shuttle per Malpensa, percorreranno migliaia di chilometri da Milano a Rabat, via Francia e Spagna.
Le donne di piazza Luigi di Savoia non sono giovani, sono belle quanto possono essere belle donne di campagna che hanno sempre faticato. Sono le nuove colf a buon prezzo, ovviamente lavoro nero, braccia che si acquistano in strada, dopo una rapida contrattazione, per le pulizie di casa o la cura del nonno, soluzione pratica e conveniente per gli italiani che possono…
Molte sono arrivate in Italia nascoste nei camion. Altre hanno pagato un visto turistico, incontrando il solito intermediario, il capofila in patria del racket "italiano", che avrà promesso anche rapidamene un permesso di soggiorno vero, un posto di lavoro, una casa e le avrà abbandonate dopo aver incassato il compenso (cinque milioni). Il visto scade e loro, malgrado le assicurazioni, si ritrovamo clandestine. C’è un altro modo per arrivare in Italia regolarmente, come sportivo o come artista. Alle più giovani e belle, infatti, basta presentarsi ai consolati con un contratto di ballerine in un night: anche il loro permesso scade e si ritroveranno in strada.
Alle ex contadine di piazza Luigi di Savoia questo non capita. Se sono fortunate stanno in famiglia, quadagrano un milione e mezzo, vitto e alloggio. Si contano i soldi, ma non le ore: stare in famiglia da clandestine vuol dire lavorarne ventiquattro. Nella loro condizione non protestano, non si rivolgono ai sindacati anche se le leggi glielo consentirebbero senza per questo rischiare l’espulsione. Alla Camera del Lavoro.ufficio stranieri, aggiungono che non sanno nulla di diritti e di contrattazione:«Non è nella loro cultura, a casa loro non glielo hanno mai insegnato».
Se non lavorano, non hanno un posto in cui dormire. Case in affitto non se ne trovano, senza un permessso di soggiorno non possono neppure pensare a un contratto regolare. Allora si appoggiano presso qualche amica oppure si rivolgono a fratel Ettore, il sant’uomo camilliano, che da decenni organizza un dormitorio ricavto poco lontano, sotto i ponti della ferrovia. Altrimenti si ritrovano nei capannoni delle industrie dismesse, quelle più piccole, meno controllate, non ancira in demolizione.
«Non meravigliatevi del mercato delle braccia -spiegano i sindacalisti – in piazza Luigi di Savoia. Non solo nelle campagne del Meridione per la raccolta del pomodoro. Ce ne sono altri pure a Milano». Basta presentarsi alle sei del mattino in via Ripamonti, periferia sud, all’altro capo della città.
«Saranno tutti irregolari – commenta il benzinaio, che da suo gabiotto di vetro domina la piazza – ma non danno fastidio». Raramente la polizia è intervenuta. Altriment dovrebbero finire tutti nei famigerati centri di prima accoglienza, come via Corelli, in attesa di rimpatrio. Capita qualche rissa. I volontari del Naga, l’organizzazione che da una quindicina d’anni si occupa di assistenza sanitaria agli immigrati, contano tra le malattie qualche escoriazione e qualche contusione, malattie ai polmoni e allo stomato, da freddo e da cattiva alimentazione e soprattutto traumi da incidenti sul lavoro , anche in casa.
Le colf ucraine e rumene sono le ultime arrivate, ma ripetono una storia italiana. Quindici anni fa, come Angela Crisantino racconta in un bel libro, Ho trovato l’occidente (1992, La Luna), cominciarono le filippine, le prime donne immigrate in Italia per lavoro dal Sud del mondo. Cominciarono anche loro da clandestine come colf a Palermo, forse la città più vicina al loro paese.