Vendere i farmaci da banco nei supermercati oggi non è più un’eresia

30/03/2006
    gioved� 30 marzo 2006

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    IDEE. PER I CONSUMATORI SAREBBE PI� COMODO E LE FARMACIE NON SCOMPARIREBBERO

      Di Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro

      Vendere i farmaci da banco nei supermercati oggi non � pi� un’eresia

        Sono passati pochi giorni dai vibratori scoperti sugli scaffali di alcune farmacie romane, e Federfarma risponde annunciando la bonifica delle “cianfrusaglie” e che la farmacia � �la casa della salute�. Il progetto � vago (sono cianfrusaglie biscottini Plasmon, dentifrici, cosmetici e preservativi?), ma il messaggio � chiaro. Via i mercanti dal tempio: meno profumo di commercio, per salvare l’onorabilit� dei camici bianchi.

        Cos’� successo, come mai per la prima volta una delle pi� potenti e radicate corporazioni gioca in difesa? � successo che il dibattito sulle medicine al supermercato s’� molto scaldato, nell’ultimo anno. La proposta di legge d’iniziativa popolare delle Coop ha superato in efficacia i solidi appelli delle associazioni dei consumatori, e in meno di dodici mesi l’idea di portare i farmaci non-etici al “super” � passata da provocazione liberista a proposta contemplata dalla stessa agenda di governo di Romano Prodi.

        La bandiera dei medicinali da automedicazione fuori dalle farmacie � issata con un argomento opportuno e sensato: una diminuzione sensibile dei prezzi, a tutto beneficio delle fasce meno abbienti della popolazione. E il fatto che in questi anni il movente del profitto abbia decretato, al contrario, l’ingresso del �supermercato in farmacia�, lasciando che l� fiorisse un’offerta sempre pi� variegata, � parso buon argomento per pi� concorrenza nella distribuzione. La logica dopotutto � la medesima: semplicemente, � comodo, per i consumatori, acquistare farmaci dove gi� vanno per comprare altre cose. Vale per l’aspirina e l’insalata come per il dentrificio e la tachipirina. Ma per sfuggire ad una �reciprocit� indigesta, ora i farmacisti preferiscono auspicare il ritorno ad una certa austerit� della categoria, operazione dolorosa ma sempre meno che cedere al gioco del mercato.

        Forse pu� essere utile tornare a chiedersi se e come mai � davvero imprescindibile allargare le maglie della distribuzione. Uno degli imperativi delle politiche sanitarie italiane ed europee � il contenimento della spesa. Quest’esigenza sempre pi� pressante si scontra per� con il bisogno – che politicamente si riveler� non meno urgente, negli anni a venire – di garantire ai propri cittadini l’accesso a farmaci innovativi. Il graduale invecchiamento della popolazione e il sempre maggiore interesse, anche a livello mediatico, per i temi della salute suggerisce che questa � una priorit� destinata a farsi sempre pi� sentita. Il che significa, banalmente, che non si pu� agire ancora sulla leva del controllo dei prezzi, cui pure lo Stato – in sistema nei quali esso � di fatto il �consumatore unico� della spesa farmaceutica – ha facile accesso. Del resto, i prezzi del farmaco in Italia sono gi� tra i pi� bassi in Europa (-24% rispetto alla media), e sono diminuiti del 5% dal 2002.

        Bisogna perci� pensare a come agire non sul prezzo nel suo complesso ma sulla sua composizione. In particolare, anche rispetto agli altri Paesi che adottano dei calmieri, la situazione italiana si segnala per quanto riguarda i costi della distribuzione. In Italia, in media il 26, 7% finisce nelle tasche dei farmacisti.

        Le Coop hanno costantemente sottolineato questo fatto, e da tempo circolava la percezione che la grande distribuzione si sarebbe accontentata di una quota fra il 4 ed il 10% del prezzo del farmaco al netto dell’Iva, con un risparmio quindi notevole per i cittadini. Il beneficio maggiore dell’approdo dei medicinali fra i banchi del supermercato consisterebbe per� nell’aprire il vaso di Pandora della concorrenza. Infatti, la legge 362 del 1991 prevede che venga aperta una farmacia ogni 4.000 abitanti nei comuni con pi� di 12.500 abitanti e una ogni 5.000 abitanti nei comuni con meno di 12.500 abitanti. Secondo Federfarma, a livello nazionale una farmacia serve in media 3.336 abitanti. Il fatto che il bicchiere non sia pieno quanto potrebbe essere non necessariamente conferma un’adeguatezza della situazione attuale rispetto ai bisogni della popolazione. Piuttosto, la regolazione politica e territoriale rende impossibile l’apertura di un numero vistosamente superiore di rivendite nei grossi centri, ad esempio, e comunque vincola all’utilizzo del modello-imprenditoriale �farmacia�, che non necessariamente � il pi� efficiente per la distribuzione del farmaco.

        La proposta che le Coop hanno fatto propria, avvicinandosi a suggestioni lanciate pi� volte dall’Antitrust, prevede la vendita attraverso la grande distribuzione solamente dei farmaci da banco, con la presenza �banco del farmaco�, ovvero di un venditore/ farmacista.

        La carta vincente di quest’idea sta in un’ovvia implicazione: dal punto di vista della sicurezza, tema giustamente posto pi� volte (spesso assecondando tentazioni corporative, per�) all’attenzione, non cambierebbe nulla rispetto alla situazione attuale. La persona che aiuterebbe nella scelta del farmaco, che lo incarterebbe e fisicamente consegnerebbe al consumatore sarebbe un laureato in farmacia. L’idea che un farmacista �fuori di farmacia� smarrisca le sue competenze solo perch� abita un’isoletta sospesa fra biscottini e detersivi, si commenti da s�.

          Le farmacie certamente non scomparirebbero, se anche altri potessero operare sul fronte della distribuzione. C’� un rapporto di fiducia, fra farmacista e paziente, che � difficile replicare altrove. Ma il tentativo di sacralizzare questa relazione, al limite facendo un fal� di tutti gli altri prodotti che in farmacia si possono vendere oggi, svela pi� che altro una debolezza. E l’incapacit� di accettare che quel che � giusto si offra in un esercizio commerciale, lo stabilisce alla fine il consumatore. Per questo, la �reciprocit� fra farmacia e supermercato non pu� fare che bene.